Hai solo 8 minuti!

Colter Stevens.

Colter Stevens.

Introduzione.

Il dieci gennaio di quest’anno è morto un pilastro della musica mondiale: David Bowie, un artista davvero molto amato (tra gli altri pure da chi scrive), poliedrico, trasgressivo, spesso in anticipo rispetto ai tempi e al Tempo. La sua dipartita è stata certamente unica, angosciosamente-profondamente teatrale, un canto del cigno irto di sofferenza e pregno di materia oscura.
Scritto ciò passiamo all’oggetto, al vero soggetto dell’articolo che segue: il film Source Code di Duncan Jones, figlio appunto del compianto Ziggy Stardust. Un film geniale, GENIALE, vi dico. Punto.

Trattasi di un film del 2011, il secondo del regista britannico, decisamente più mainstream rispetto alla sua opera prima, quel gioiellino fantascientifico che è Moon e, probabilmente, molto più farina del suo sacco rispetto all’ultima, dispendiosa fatica uscita al cinema nei giorni scorsi: Warcraft – L’inizio.

Il film di Jones è stato paragonato, confrontato spesso con l’Inception di Christopher Nolan: laddove un autore non accetta assolutamente, appellandosi al proprio razionalismo, di potersi abbandonare ai sogni e al loro potere, in quanto produttori non-veri, inganni consolatori, solo frutti velenosi del nostro inconscio, l’altro si getta anima e corpo e cuore in una realtà alternativa, una realtà invero molto luminosa, futuro.

Ma non voglio svelarvi molto: magari avete già avuto modo di vederlo, di gustarvelo, magari no; poco importa! Se vi doveste trovare tra i dannati della seconda schiera potrete sempre rimediare in una di queste sere (o forse in un afoso meriggio del fine settimana) e poi successivamente discuterne con il sotto/sopra scritto, tenendo fisso in mente che accetterò solo parole squisitamente positive sul prodotto suggeritovi.   

I primi 4 minuti.

Ma perché t’è piaciuto tanto?
Parliamone.

Il film di Duncan Jones è cinema, cinema sci-fi essenziale, colmo di pathos, di emozione. Non è un’opera perfetta, certo: la regia non è particolarmente incisiva, non è disturbante e presente, anzi quasi scompare del tutto, sin dai primi minuti. Sembrerà banale (e di fondo in parte lo è) ma ormai, di solito, siamo abituati a sentire la mano di un autore, di un autore che vuole rendersi riconoscibile (qualche tempo fa scrissi un paio di righe su Garrone a tal riguardo) o, dato che il più delle volte siamo fruitori del cinema pop, di una serie probabilmente infinita di cliché imposta dall’una piuttosto che da un’altra mega produzione. Siamo nell’era degli osannati cine-comics dopotutto.Source code 34567

No, Source Code è cinema, è buon cinema che divide l’animo tra i soldi e il cuore. Non ci sono grandi effetti speciali, non dei personaggi grandiosi che possano stupirci con la loro spavalderia eroica. Non ci sono in effetti neppure degli antieroi. Il protagonista, invero, interpretato da un convincente Jake Gyllenhaal, potrebbe essere un nostro fratello maggiore[1] , forse meglio un exemplum vitae.

Perché?

Gli ultimi 4 minuti.

Ok, vi svelo qualcosina.

Il nostro uomo deve sventrare un attacco terroristico su un treno diretto, anzi quasi giunto a Chicago. Sino a qui nulla di nuovo. Per farlo ha solo 8 minuti, sì, un tempo piuttosto esiguo e che non dipende per nulla da fattori esterni ma esclusivamente dalla sua condizione. Non solo! Ogni 8 minuti il treno effettivamente esplode e lui, povero, viene rimandato indietro per poi ripetere la missione più e più e più volte. Sì, è proprio fantascienza!

Ora, non si tratta dell’unico film in cui assistiamo a dei loop, negli ultimi anni anzi ne sono fioccati diversi, metro che ci serve a tentar di comprendere quanto frammentata e magari ripetitiva è divenuta la nostra comune esistenza. Il nostro viaggiatore nel tempo, di un tempo limitato, diviene metafora: è in viaggio (su un treno: vita) che esploderà tra soli 8 minuti (la vita è breve)! Deve cercare la bomba (pericolo), acciuffare l’attentatore e consegnarlo alla legge: concludere la missione.

Sbaglia. Già, sbaglia! Sbagliamo, non possiamo credere che la nostra esistenza fili liscia come l’olio, che il nostro percorso possa continuare, pacifico, senza neanche uno scossone. Saremo certo confusi (il nostro uomo lo è), non capiremo molto il più delle volte ma dovremo comunque tentare, combattere per ottenere ciò che vogliamo!

Sì, va bene. Posto in questi termini ho forse banalizzato il succo di questo film, la sua anima; ho puntato il mio occhio solo sul lato umano del prodotto, focalizzandomi solo su ciò che rende grande, appunto hollywood e il cinema, la letteratura, la poesia: farci sognare, farci riflettere, farci tremolare il cuore.

Non sarà nulla di nuovo, gli accenti usati sembreranno un po’ troppo smielati ma resta pur sempre il fatto che, parlandoci di noi, esseri umani, il film di Duncan Jones risulti molto originale, essenziale, fintamente vero.

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Salvatore Ciaccio

Salvatore Ciaccio

Pavia
Nato a Sciacca in provincia di Agrigento nel 1993, ho frequentato il Liceo Classico nella mia città natale per poi proseguire gli studi a Pavia, dove mi sono laureato in Lettere Moderne con una tesi dedicata all'architettura normanna in Sicilia.
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