Il sognatore della camera rossa

il sogno della camera rossa

Luo Suya (Soraya Runkel), ciliegi e corvi, particolare. 

Tanto tempo fa – prima ancora che l’uomo cominciasse a misurarlo, il tempo – una terribile battaglia tra gli dèi fece rovinare al suolo la volta celeste. La catastrofe riempì d’orrore la provvida dea Nü-wa, che subito commissionò ai suoi artigiani la preparazione di trentaseimilacinquecentoventuno blocchi di pietra con cui riparare e rinforzare i pilastri del cielo. Il lavoro fu estenuante e richiese l’utilizzo di tutti i blocchi, meno uno: una pietra venuta male, scheggiata e deforme, venne abbandonata tra le valli delle remote Montagne della Favola, ai piedi del Picco del Verde Languore. Non poteva ovviamente muoversi, ma era pur sempre una pietra magica che poteva pensare e parlare: la sua condizione la riempiva di tristezza, e per secoli e secoli non fece che piangere. Poi, un bel giorno, una singolare accoppiata di soggetti umani si trovò a passeggiare per quelle contrade. Un sacerdote taoista, zoppo e un po’ sciroccato, e un monaco buddista con la testa coperta di scabbia si fermarono a parlare con la pietra, e ne ebbero pietà; la pietra – anzi, pardon, Fratello Pietra, come i due cominciarono subito a chiamare il loro nuovo amico – poteva ingrandirsi e rimpicciolirsi a suo piacere, così i due compagni non ebbero difficoltà a mettersela in tasca e a portarla con loro nel paese che era la meta del loro viaggio: il Regno dell’Illusione, dove viveva e regnava la bellissima fata Disinganno. Un paese fuori dalla realtà sensibile il cui unico accesso era guardato da un cancello sul quale faceva mostra di sé questo distico:

La verità diventa finzione, quando la finzione è vera;

La realtà diventa irreale, quando l’irrealtà è reale.

Così comincia Il sogno della camera rossa, nelle parole del traduttore John Minford «il più bel libro di cui non avete mai sentito parlare»[1].

il sogno della camera rossa

Zhang Zeduan (1085-1145) Sul fiume durante la festa di Quingming, (particolare) inchiostro su seta. Il monumentale dipinto è considerato la “Monna Lisa” dell’arte cinese.

Scritto a Pechino tra il 1750 e il 1764, Il sogno è uno dei quattro grandi romanzi classici della storia letteraria cinese[2]. Misterioso il libro e misterioso il suo autore, Cao Xueqin, figura straordinaria di uomo e di letterato le cui vicende, se fossero state conosciute in Occidente qualche secolo prima, avrebbero certo avvalorato la tesi di chi, come quel tal drammaturgo inglese, sosteneva che la Fortuna fosse sostanzialmente un po’ una puttana[3]. Giovane rampollo della famiglia Cao, la più potente della Nanchino di fine ‘600, Xueqin aveva vissuto fino ai quindici anni nel lusso più sfrenato. Aveva ricevuto un’educazione di prim’ordine, ma lo studio dei classici lo annoiava a morte; i suoi passatempi preferiti erano quelli che poteva condividere con le donne di casa, le sue sorelle e le sue cugine, che egli venerava e che costituivano per lui una compagnia più invidiabile di quella delle dee immortali. Poi, verso il 1730, era giunta la caduta. Un terribile mattino, le guardie dell’imperatore Yongzheng avevano circondato la magione dei Cao e il suo sterminato giardino. Gli abitanti ne erano stati sbattuti fuori senza troppe cerimonie, e dopo un’accurata ispezione finalizzata alla ricerca di non-si-sa-bene-cosa, tutti i loro beni erano stati confiscati. I loro nomi erano stati cancellati da tutti i registri e i documenti ufficiali: dalla mattina alla sera, per l’imperatore e per l’impero, i Cao avevano cessato di esistere.

Il pittore Sun Wen (dinastia Qing) ha dedicato una bellissima serie al Sogno della camera rossa: abbiamo scelto tre dipinti: questo raffigura le stanze femminili dove è ambientato il romanzo.

Dai pezzi della sua infanzia, Xueqin non era riuscito a raccogliere che un ingegno di prim’ordine e una certa abilità con il pennello. Trasferitosi a Pechino, in una squallida casa di periferia, il pover’uomo aveva cominciato a condurre un’esistenza da vero bohémien. Aveva una moglie e un figlio, ma non si sa come facesse a mantenerli: ogni soldo che riusciva a farsi entrare in tasca lavorando come pittore su commissione lo buttava via in vino, e forse è per questo che era sempre di buonumore. Viveva in gran parte della carità degli amici, e Xueqin di amici ne aveva tanti; colto, umile, ironico, generoso: di lui, poco dopo la sua morte, si dirà che «faceva fiorire ogni luogo in cui si trovava[4]». Non bisogna tuttavia pensare che questo suo stoicismo fosse tale da non farlo correre con la mente, di quando in quanto, ai passati giorni della sua grandezza. Fu proprio in uno di questi tristi momenti che Xueqin, tormentato dal ricordo delle sue antiche compagne d’infanzia, concepì l’idea di immortalarle in un libro. «Decisi”, racconta lo stesso Xueqin, «che, per quanto disprezzabili potessero essere le mie povere doti d’ingegno, non dovevo permettere che unicamente per il desiderio di tenerle nascoste quelle ragazze scivolassero per sempre nell’oblio senza lasciare alcun segno del loro passaggio[5]». Da qui, da questo pensiero nostalgico, cominciò lentamente a prendere forma l’idea del romanzo. Ma allora che c’entra la storia di Fratello Pietra e dei suoi due compagni di viaggio, la vicenda che, come abbiamo visto, dà il via al racconto?

Abbiamo lasciato il nostro Fratello Pietra nel Regno dell’Illusione con i suoi due amici, il taoista zoppo e lo scabbioso buddista. Lì la fata Disinganno lo accoglie con gioia, mostrandogli tutte le meraviglie del suo palazzo, e lì Fratello Pietra conosce per la prima volta l’amore. Da un prato gli fa l’occhiolino un bellissimo fiore di nome Perla Scarlatta, che Fratello Pietra prende l’abitudine di innaffiare ogni mattina con la rugiada che la notte gli fa nascere sul dorso: è grazie a questa rugiada magica che infine Perla Scarlatta si trasforma in una fanciulla d’indicibile bellezza. Perla, a questo punto, sente di aver contratto un debito grandissimo con il suo benefattore, e non sapendo come ripagarlo va a chiedere consiglio alla saggia Disinganno. La fata sorride e pronuncia il suo verdetto: l’anima di Perla Scarlatta e quella di Fratello Pietra si incarneranno in due corpi umani. Nel mondo si incontreranno e, pur non serbando memoria alcuna della loro passata condizione, si innamoreranno l’uno dell’altra: le lacrime che Perla Scarlatta verserà per amore di Fratello Pietra lo ripagheranno della rugiada di cui egli le ha fatto dono. Le anime dei due amanti, del fiore e della pietra, scendono allora sulla terra, ed è così che proprio quel giorno, a Pechino, si diffonde la notizia che nel palazzo della potente famiglia Jia è nato un bambino. Un bambino che, meraviglia delle meraviglie, è uscito dal ventre della madre con una piccola pietra in bocca.

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Anche questo bellissimo dipinto rappresenta il cortile delle stanze femminili. Si noti il grande virtuosismo nella raffigurazione.

Il sogno della camera rossa è la storia di questo bambino, Jia Bao-yu[6], ed è ormai opinione comune che la storia di Jia Bao-yu sia in buona misura la storia di Cao Xueqin. Bao-yu cresce spensierato in una famiglia onusta di grana e di gloria, la più grande di Pechino, circondato da splendide ragazze che a lui paiono la meraviglia del creato. Invano il padre, l’austero Jia Zheng, cerca di avviarlo alla carriera letteraria: questo giovin signore cinese, protetto dalle amorevoli cure dell’anziana matriarca della famiglia, trascorre le proprie giornate nell’indolenza crogiolandosi in passatempi più adatti a una damigella che a un futuro capofamiglia. Vi ricorda qualcuno? La somiglianza è notevole. Ed è tanto più notevole se pensiamo che, prima della fine del romanzo, il palazzo della famiglia Jia sarà confiscato dalle guardie dell’imperatore insieme a gran parte dei beni in esso contenuti.

Come la traduttrice Edoarda Masi ha giustamente fatto notare, il lettore che cercasse nel Sogno una vera e propria trama resterebbe del tutto deluso. Sin dalle prime pagine è evidente che a Cao Xueqin non interessava raccontare una storia, bensì ricreare un mondo: il suo. Un mondo di carta e d’inchiostro in cui le persone ch’egli aveva visto, conosciuto, amato, potessero vivere per sempre al riparo dalle ingiurie del tempo. Le loro vicende, nel libro, s’intrecciano con quelle di un numero di altri personaggi – più di quattrocento! – che ai fini della trama è spesso del tutto superfluo, ma non per quello che è il fine ultimo del libro: trasformare la realtà in irrealtà, e l’irrealtà in realtà.

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Questa è un’altra scena del romanzo, raffigurata da Sun Wen, Qui siamo nel Regno dell’Illusione.

Ecco il perché della storia di Fratello Pietra, ecco il perché dei due personaggi – il monaco e il sacerdote – che per tutta la storia entrano ed escono dal Regno dell’Illusione facendo capolino nel mondo dei mortali. Xueqin è un uomo disperato che ha però intuito una propria grande verità: tutto è illusione, nella pagina come nella vita. Gran parte dei suoi personaggi, dei fatti che racconta nel Sogno non sono solo realistici, ma perfettamente reali; il loro aspetto, il loro carattere, talvolta le loro stesse parole sono modellate su quelle pronunciate da persone che sappiamo essere realmente esistite. Ma come possono essere realmente esistite, per una persona che non crede più nella realtà? Cosa differenzia ai suoi occhi una persona in carne ed ossa dal personaggio di un romanzo? Cosa differenzia Cao Xueqin da Jia Bao-yu? Nulla. Entrambi non sono che ombre, di carne l’una, l’altra di carta. Sono entrambi finti, e sapete come si dice in cinese la parola “finto”? Si dice jia[7].

Poi, naturalmente, c’è il sogno. Che cos’è il sogno della camera rossa del titolo? Nel quinto capitolo del romanzo, durante una festicciola in giardino, il piccolo Bao-yu si addormenta. La sua anima – che, ricordiamolo, è in realtà l’anima di Fratello Pietra – torna in sogno al Regno dell’Illusione, dove viene accolta dalla fata Disinganno. Bao-yu non ricorda nulla della propria esistenza ultraterrena, ed è con suo sommo stupore che viene invitato a entrare nel palazzo della fata; lì, in una stanza piena di scaffali polverosi, Disinganno conserva i registri delle vite umane, che riportano il destino di ogni uomo della terra. Bao-yu ne prende uno, quello riservato alle «dodici bellezze di Jinling», e comincia a sfogliarlo. Le pagine sono ingombre di strani ed inquietanti disegni: ci sono due persone che fanno volare un aquilone, mentre una fanciulla si allontana piangendo a bordo di una barca; c’è una forcina di giada gettata nel fango; c’è una ragazza che viene sbranata da un lupo, e ce n’è un’altra impiccata a una trave.

81LTCy0ttVLA questo punto, dolce e sinuosa, una musica eterea giunge alle orecchie del protagonista. Sono le ancelle di Disinganno che intonano un ciclo di dodici canzoni dal titolo curioso: «Il sogno della camera rossa[8]». Sono canzoni splendide, ma terrificanti. Attraverso una serie di criptiche allusioni, davanti agli occhi di Bao-yu passa improvvisa l’immagine del destino che attende le dodici protagoniste femminili del romanzo. Le vedremo, nel corso della storia, queste dodici bellezze di Jinling. Le vedremo crescere come se le avessimo accanto: grazie all’estrema abilità narrativa di Cao rideremo con loro, e con loro piangeremo. L’ignaro lettore non può capire il senso di quelle canzoni, così come non può capirlo lo stranito Pao-yu; ma nel corso del romanzo il ricordo di quei versi non cesserà più di tormentarci, non appena avremo realizzato una cosa: le dodici bellezze di Jinling non sono un’invenzione letteraria, sono esistite davvero. Cao Xueqin le ha viste, e con loro ha trascorso la sua giovinezza. Il destino che l’autore del Sogno riserva a quelle ombre d’inchiostro è il destino che la vita ha veramente riservato a dodici meravigliose ragazze: la realtà si è fatta irreale, e l’irrealtà reale.

Ora Cao vive per sempre, per sempre in compagnia delle sue amate compagne. Vive tra le pagine di un libro, la cui storia non è però più falsa né più vera della vita stessa: la vita si è fatta storia, perché la storia è la vita. Sotto lo sguardo assente di Xueqin, curvo sui suoi fogli con più d’una coppa di vino in corpo, ormai queste due realtà si confondevano, e forse è per questo che il rimpianto per le glorie perdute non gli impediva mai di sorridere. Cosa importa, in fondo, che alla fine tutto acquisti un senso ai nostri occhi? Sappiamo forse che cos’è il senso? Sappiamo forse che cos’è il tutto?

Wrongs suffered have the wrongs done expiated;
The couplings and the sunderings were fated.
Untimely death sin in some past life shows,
But only luck a blest old age bestows.
The disillusioned to their convents fly,
The still deluded miserably die.
Like birds who, having fed, tho the woods repair,

They leave the landscape desolate and bare[9].

Le ingiustizie patite hanno espiato le ingiustizie commesse,
Le unioni e le separazioni sono state decise dal fato.
Una morte prematura rivela le colpe di una vita passata,
ma una serena vecchiaia è solo frutto della fortuna.
I disingannati si chiudono nei loro conventi,
quelli che ancora s’illudono muoiono miseramente.
Come uccelli che, dopo aver mangiato, fanno ritorno al bosco,

lasciano la terra desolata e spoglia[10].


Nota: Dell’opera di Cao esistono due traduzioni italiane: una basata sulla traduzione tedesca di Franz Kuhn, e una basata sull’originale cinese a cura di Edoarda Masi. La versione di Kuhn è molto scorrevole, ma si è presa decisamente troppe libertà col testo di Xueqin: nel complesso la traduzione comprende circa un quarto dell’opera originale. La versione di Edoarda Masi risulta ormai un po’ datata e ha il difetto di presentare una traduzione completa solo dei primi 80 capitoli (degli ultimi 40, che anche nel testo cinese sono stati probabilmente rimaneggiati dopo la morte di Cao, viene dato solo un riassunto), ma ha il pregio di una grandissima fedeltà al testo. Se insomma volete leggere qualcosa che è stato davvero scritto da Xueqin, la versione della Masi è preferibile, se invece vi accontentate di un riassunto che possa darvi un’idea generale dell’opera, la versione di Kuhn è quella che fa per voi. Per chi invece conosce l’inglese, raccomando senz’altro la traduzione curata da Hawkes e Minford (fedele ed estremamente piacevole allo stesso tempo), considerata, credo, ormai la migliore a livello internazionale.

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Federico Franchin

Federico Franchin

È nato a Monza nel 1991 e da allora vive a Senago, nel Milanese. Appena nato ha imparato a sistemare la puntina su un disco di vinile e gli è piaciuto così tanto che non ha più smesso: ora studia Musicologia a Cremona e Danza Barocca a Milano. E' cresciuto in mezzo ai libri, ben presto si è reso conto che, ehi, quei cosi di carta non erano affatto male e ha deciso di non smettere più neanche con quelli. Ora è appassionato soprattutto di letteratura antica, poco gl'importa di quale paese, ma se riuscite a convincerlo che un libro scritto dopo il 1800 è davvero un qualcosa che valga la pena d'esser letto allora è probabile che lo faccia. L'ha già fatto altre volte, del resto, e non gli è dispiaciuto. Spesso lo fa ancora, comunque. Ha una spiccata tendenza ad interessarsi a scrittori e musicisti giudicati minori o semisconosciuti, convinto com'è che anche a loro faccia piacere sentir pronunciare il proprio nome, ogni tanto.
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