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Il duplice realismo delle poesie di Silvia Leuzzi

Andrea Colusso, Divagando 2009. L'opera di Silvia Leuzzi è illustrata da cinque opere, che aprono le cinque sezioni in cui è diviso il libro. Questa apre la sezione A proposito dell'amore.

Andrea Colusso, Divagando 2009. L’opera di Silvia Leuzzi è illustrata da cinque opere, che aprono le cinque sezioni in cui è diviso il libro. Questa apre la sezione A proposito dell’amore.

[…]
Ci vuole poco ad ammazzare un poeta,
basta aspettarlo di sera in un Idroscalo qualunque
un corpo abbandonato e disosso non mette paura,

è cencio tra cenci deturpati.

È stato facile ammazzare un frocio
nel 1975 ogni casa ha tirato il fiato,
non si poteva pensare ad altro

con quella parola stridula e quel messaggio.

(Silvia Leuzzi, Morto come un Ettore moderno, I temi della poesia, Ala Libri, 2017,  p.33) 

La dissimulazione in poesia è una gran virtù. Ci sono autori, come Giorgio Caproni o Giovanni Giudici, per esempio, che lavorano scopertamente, seminando le loro poesie di rime, assonanze, giochi fonici subito evidenti all’occhio. Altri invece (Orelli Sereni Pusterla…) preferiscono nascondere l’arte, come dice il motto, e giocare su ritmi e toni ora bassi, ora alti, in una quasi-prosa che però mostra, in alcuni punti, la sua vicinanza con la poesia. Qualcosa di simile fa Silvia Leuzzi con il suo I temi della poesia, edito da ALA Libri.

La poesia qui sopra, di cui riportiamo le ultime strofe, è dedicata a Pasolini. E inizia in tutta la sua prosasticità e quasi prosaicità: «Ci vuole poco ad ammazzare un poeta», e solo al terzo verso ci rendiamo conto che è poesia, che c’è dentro qualcosa. Pasolini è «cencio tra cenci deturpati». Ecco, la sentiamo, l’immagine. Ricorda i Paria di Bellintani, il rendersi conto che l’uomo è solo «una povera cosa», come diceva il poeta di San Benedetto Po. L’inizio è spesso ironico, ma di un’ironia amara, dell’ironia di chi dice sì due parole per finta, ma la terza sempre sul serio. È stato facile ammazzare un frocio, come lo chiamate voi.

L’opera, del Maestro Marcello Carlo Bello, apre la sezione Dove marcisce la memoria, in cui sono presenti le poesie Morto come un Ettore moderno e Del deserto non vediamo i confini.

È stato facile, e per questo rimarrete impuniti. Tutta la vita di Pasolini non richiedeva altro. Sembrava nato per morire, e per morire in quel modo, con quella vocina e quel suo messaggio di scandalo. E qui la poesia si duplica e si svela. La parola stridula è la sua morte, e insieme la sua voce lieve, quasi femminile; la notizia che arriva nelle case è la morte di Pasolini, e insieme il messaggio, il senso della parola di Pasolini, il suo messaggio inconcepibile, scandaloso, troppo grande per questa terra. È stato facile uccidere Pasolini: non era di questo mondo.

Le poesie di Silvia Leuzzi sono così. Apparentemente semplici, si mostrano solo al secondo sguardo. Sembrano voler dire ciò che vogliono dire. E invece c’è dell’altro. Spesso il tema è politico o sociale, come in Del deserto non vediamo i confini, sulla distruzione di Palmira: 

[…]

3.

Del deserto non vediamo i confini,
solo giallo a perdita d’occhio
ma senza girasoli a compendio

del misero sguardo umano.

Del deserto sentiamo il vento
sibilare nelle orecchie chiuse
e la sabbia che ottura i pori della pelle

e il gelo della notte che gela le ossa.

Del deserto sentiamo le urla
di migliaia di bambini frantumati
come bambole di pezza e allineati
con un numero in fronte

senza identità, senza storia.

Del deserto noi abbiamo i nostri morti,
senza nome e senza storia,
stroncati dal sole impietoso

su campi caporali occupati.

4.

Vorrei ascoltare il canto dei grilli
abbracciata alla luna,

abbaiando come un cane!

(Silvia Leuzzi, Del deserto non vediamo i confini, op. cit. p. 39)

I finali delle poesie sono a volte spiazzanti, sardonici, come questo: il canto dei grilli, la luna, richiamerebbero un’atmosfera idillica, e invece l’ultimo verso ribalta tutto: il poeta si identifica con un cane, con il comune ululare dei cani la notte. Lo spiazzamento ricorda gli haiku popolari che amava Basho, e in generale la chiusa con una strofa breve è tipica della poesia giapponese. Nelle sezioni precedenti vediamo il deserto, vediamo la carne che brucia e la paura nel nero; sentiamo il gelo e i bambini come bambole di pezza; e subito dopo il canto dei grilli, e l’abbraccio della luna, che sembra essere totalmente avulso, quasi un’altra poesia. E invece sono tutti aspetti legati a formare un unico quadro, ed ecco che l’ululato diventa un suono disperato e lacerante. C’è la capacità di trasformare i contenuti più comuni in qualcosa di diverso; una capacità che la affianca a certi pittori realisti e metafisici insieme, come Cagnaccio di San Pietro, o a poeti come Seamus Heaney. Nella poesia Carciofi e limone è subito evidente: 

Andrea Cerqua, Pensieri impuri. L’opera apre la sezione Cibi e archetipi, in cui è presente la poesia Carciofi e limone

Una ad una cadono

recise da mani decise,
dure scorze per difesa
a un cuore troppo dolce
che abbruna e marcisce
se non l’accoglie premurosa

la bocca della sposa.

Ogni lembo di pelle è appesa
al veleno senza odore,
se ne accorgono solo le mani,
segnate tra le pieghe dal colore
sgraziato e quasi nero.

A nessuno piace il dolore.

L’amaro solo con amaro si scaccia,
come il nero sulla pelle
con il giallo acido e curve spalle.
Ma rallegrati ci sono le padelle
e ci vuole fantasia di aglio e olio
e poi spezie e droghe a non finire
e sentirai l’amaro sfrigolare,

imprecare, pregare, morire.

(Silvia Leuzzi, Carciofi e limone, op. cit. p.64)

Si sviluppa uno iato tra un ritmo orecchiabile, ricco di richiami fonici facili e scoperti, e invece il contenuto è apparentemente dimesso e quotidiano. Dall’ottavo verso in poi («Ogni lembo di pelle è appesa») la poesia prende una nuova tinta. E capiamo che c’è di più, e andiamo avanti per capirlo. Le mani si segnano nel tagliare i carciofi. E in questo segnarsi c’è una tensione metafisica: l’atto singolo, quotidiano, diviene metafora della vita, di tutta la vita nella sua interezza. L’amaro solo con amaro si scaccia, come il nero della pelle con il giallo acido del limone. A questo punto la poesia ritorna orecchiabile facile quasi cantabile, ma è troppo tardi: «Sentirai l’amaro sfrigolare / imprecare, pregare, morire». 

Come nella poesia per Pasolini, il soggetto è duplice (al punto che si potrebbe parlare di anfibolia): sono sì i carciofi che sfrigolano al fuoco, ma questi vengono personificati. Tutta la vita è un imprecare, pregare, morire. Le mani, i carciofi, apparentemente tutto è normale, tranquillo. I richiami fonici ci introducono però ad un linguaggio formulare, ad un parlare che è tutt’altro che consueto. E questo ci fa tornare alla poesia Dal deserto non vediamo i confini, in cui, nella seconda sezione, leggiamo: 

La copertina del libro, illustrata dal Maestro Lidia de Marco

2.

La carne umana quando brucia
ha lo stesso odore del pollo arrosto,
ma del pollo non la stessa fortuna
di bruciare da morto,
in una padella profumata
tra spezie e sguardi divertiti,
voci squillanti e stomaci affamati.

(Silvia Leuzzi, Del deserto non vediamo i confini, op. cit. p. 37)

L’amaro solo con amaro si scaccia. Ancora una volta, il realismo viene ribaltato in una dimensione altra: la carne che sfrigola e brucia è carne umana, che non ha la fortuna di bruciare in una padella speziata in una famiglia. E qui l’ironia (mutuata da Rosa Balistreri e dalle poetesse di cui ama scrivere) rende grottesca la scena dell’allegra famiglia che sta per gustarsi il suo pollo arrosto. La poesia è sempre doppia: dice sempre più cose in una. Da un lato vediamo la famiglia contenta, e ci sembra un bel quadretto; dall’altro pensiamo alla carne umana, e tutto viene deformato. Il paesaggio non è più una casa accogliente, ma i deserti di Palmira, e l’efferratezza dello Stato Islamico. Le cose non sono più le solite cose, e tutto ciò che è, non è soltanto ciò che è, direbbe Montale. 

Un esordio in poesia non può mai essere interamente perfetto: c’è sempre da imparare. Eppure, queste poesie già mostrano una loro compiutezza. Non facile raggiungerla, soprattutto quando, come fa Silvia Leuzzi, si mescolano alto e basso, sacro e profano, soprattutto quando si usano differenti toni e differenti stili. È difficile non cadere. E invece Silvia Leuzzi non cade; si muove sempre, come l’acrobata, sul filo, e ci insegna che non esiste cosa tanto banale da non poter, con un po’ di immaginazione, grattarne via la patina consueta, per darne una nuova forma. 


Ti è piaciuto l’articolo? Leggi anche I pensieri di uno stolto, di Silvia Leuzzi, la recensione del romanzo della stessa autrice. I temi della poesia è disponibile su Ibs

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Gabriele Stilli

Gabriele Stilli

24 anni, abita a Pantigliate, paesino minuscolo sperdutissimo tra campi palazzi e papaveri nel sud est milanese: maturità classica, poi laurea in Lettere a Pavia. In tenera età venne stregato da quelle cose che si scrivono andando a capo spesso, e da allora scribacchia poesie. Da molti anni si è rassegnato ad ascrivere la letteratura tra le discipline umanistiche e non al rigoroso ambito delle scienze. Nutre ancora qualche dubbio, però.