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Il presente dei Longobardi: anatomia di una mostra

Il castello visconteo di Pavia, dove è situata la mostra

Lo scorso settembre è stata inaugurata a Pavia la mostra-evento: “Longobardi. Un popolo che cambia la storia[1]. La mostra sarà a Pavia fino a novembre, poi migrerà in quel di Napoli, per poi spostarsi sui freddi e lontani cieli di San Pietroburgo. Estremamente interessante, oltre che per la comprensione della nostra storia, anche perché potrebbe, magari, influenzare qualche regista, e regalarci una serie televisiva italiana che possa competere con la canadese Vikings. Ma sono ancora sogni, per il momento.

L’esposizione si presenta ricca e completa, proponendosi come il punto di arrivo di un quindicennio di ricerche effettuate su diversi siti archeologici altomedievali di recente scoperta, con approfondimenti condotti su reperti già noti, provenienti da diversi musei sparsi in tutta Italia.

cripta s. eusebio pavia

Cripta di S. Eusebio a Pavia (Photo: Ambra Sacchi)

I manufatti presentati appartengono ad un ampio arco cronologico, che affonda le sue radici negli anni precedenti la venuta dei longobardi in Italia (quando cioè le donne e gli uomini dalle lunghe barbe erano ancora stanziati in Pannonia) sino a giungere alle sopravvivenze dei ducati di Spoleto e Benevento, che rimasero le uniche sopravvivenze dopo la caduta di Pavia per mano di Carlo Magno nel 774 e costituirono il fulcro e la memoria della presenza longobarda in Italia[2].

La mostra si snoda in otto sezioni, ciascuna delle quali dedicata a un preciso ambito della vita dei longobardi: i riti funebri (la parte più suggestiva), l’economia, i rapporti coi Bizantini e coi Franchi, sino ai legami, strettissimi, con i monasteri: i longobardi infatti ne fondarono un discreto numero, e alcuni di essi sono ancora oggi molto significativi: San Vincenzo al Volturno, per esempio, o San Salvatore di Brescia, e San Felice a Pavia[3].

L’atmosfera suggestiva dei reperti esposti è ulteriormente sottolineata dall’impianto d’illuminazione: luci a volte direzionate, spesso diffuse, conferiscono ai preziosi manufatti esposti corposità materica e facilità di lettura. La suggestione che ne riceviamo è però disturbata, oltre che da numerose (e un po’ fastidiose) schede, modelli 3D e video esplicativi, dall’allestimento, curato da Angelo Figus[4], che, invasivo, sembra immergerci, con i suoi pannelli in tessuto dai colori saturi e specchi, tra le pareti di un night fine anni Ottanta.

In realtà la prima parte del percorso, riguardante i corredi funerari, accompagna senza interverire il visitatore: il suo occhio può così scorrere tra i toni scuri dell’allestimento e le vetrine romboidali icastonate nelle pareti, in un continuum estetico logico, di significato compiuto. Nella seconda parte, però, Figus sembra aver voluto unire e sintetizzare più suggestioni: nella quarta sezione lo spettatore attraversa uno spazio molto simile ad una gioielleria dalle pareti foderate di morbido velluto rosso, nelle due successive – dedicate alla scrittura su vari supporti – un’ambiente psichedelico in cui giallo rosso blu azzurro bianco si rincorrono senza posa.

L’allestimento, in sintesi, non è dei migliori. Anche la mostra, per quanto ricca, rimane piuttosto ambigua sia nelle premesse che negli obiettivi.

Le mostre di argomento medievale, infatti, sono spesso veicolo di determinati programmi politici: vuoi per l’ingente impegno economico che richiedono (tra prestiti, allestimento e pubblicità), vuoi perché, come ha scritto Carlo Bertelli[5], il medioevo, enucleato in un popolo (come in questo caso), in un evento significativo, in un personaggio storico è percepito dal pubblico come rilevante nel processo di formazione dell’identità di uno Stato. In Germania si guarda a Carlo Magno e al Sacro Romano Impero, in Italia e in particolar modo in Lombardia (ma non solo) ai Longobardi.

Locandina della mostra (photo: Ambra Sacchi)

Longobardi che sono stati protagonisti, dall’ultimo quarto del secolo scorso, di una serie pressoché infinita di studi: la mostra di Pavia è solo l’ultima tappa, che ha più il sapore di un riepilogo, di un percorso decennale nel quale si è ridefinito ruolo e importanza dei barbari giunti dalla Pannonia nel 569. Il titolo della mostra, in tal senso, è molto chiaro: i longobardi hanno avuto un ruolo di primaria importanza nella costruzione di un nuovo percorso storico che ha condotto alla nascita dell’Europa medievale e poi moderna.

Possiamo concordare con questo, anche se alcuni siti, un tempo considerati sicuramente longobardi (vedi Castelseprio) poi si sono rivelati di epoca più tarda. Anche gli scavi di Santa Giulia a Brescia, condotti da Brogiolo (direttore del catalogo di questa mostra) hanno mostrato molto meno di quanto si sarebbe voluto ricercare. Anche il ruolo di Pavia come capitale longobarda, stando alle poche rimanenze, fa sospettare che vi sia lo zampino dei Visconti, che avrebbero creato il mito di una Papia Felix per riabilitare la città.

Ecco che allora, come una fenice dalle sue ceneri, il dubbio sorge spontaneo: era poi così necessaria una nuova mostra dedicata ai Longobardi? Considerato anche il ristagno in cui versano molti altri settori di ricerca, bisogna riconoscere che dietro questo tipo di mostre c’è più un desiderio che una reale necessità.

Non guasterebbe riflettere sul valore di una mostra-evento che, presentata in quanto tale, risulta essere un evento al quadrato. Le mostre sono manifestazioni temporanee, dunque effimere. L’idea di avere la possibilità di osservare, solo per pochi mesi, inauditi e indescrivibili capolavori (quando ci sono) ha lo stesso effetto sul pubblico di quello che potrebbe sorprendere un innocuo viaggiatore a spasso per una riserva naturale una volta scoperta l’esistenza di una spiaggia abusiva per nudisti a meno di un tiro di schioppo.

Di conseguenza, torna ancora una volta una vecchia considerazione: le mostre risultano essere catalizzatori di pubblico (e soldi) mentre le collezioni permanenti (gli stessi musei pavesi ad esempio), sembrano destinate ad essere dimenticate e dunque irrimediabilmente perdute.

Esiste una soluzione a questo problema?

 


Ringraziamo Ambra Sacchi per le fotografie
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Salvatore Ciaccio

Salvatore Ciaccio

Nato a Sciacca in provincia di Agrigento nel 1993, ho frequentato il Liceo Classico nella mia città natale per poi proseguire gli studi a Pavia, dove mi sono laureato in Lettere Moderne con una tesi dedicata all'architettura normanna in Sicilia.