Piccoli equivoci senza importanza

Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi

Mi piace immaginare il mondo dei lettori diviso a metà: da un lato, gli amanti del punto fermo, dall’altro, quelli dei puntini di sospensione. Mi spiego: nel primo gruppo rientrerebbero coloro che preferiscono affidarsi all’abilità dello scrittore di attorcigliare i fili della narrazione ma di sbrogliare poi l’intera matassa prima dell’epilogo, in modo da avere risposte a tutte le possibili domande che potrebbero sorgere, in cui tutto è definito e in fondo o si trova un lieto fine di cui gioire o una conclusione amaramente inaspettata per cui rammaricarsi per qualche attimo, sempre, però, con la consapevolezza di aver compreso. Quelli che prediligono la compiutezza, il «tutto torna», sono così opposti agli appartenenti all’altro gruppo, quello di coloro che all’esattezza preferiscono lo sfumato, la parola non detta, le situazioni avvolte da una lattiginosa ambiguità…

Passiamo ora al dunque. Vorrei parlare dei Piccoli equivoci senza importanza di Antonio Tabucchi, raccolta di racconti che consiglio, senza la minima esitazione, a chi si riconosce nel secondo gruppo sopracitato, ma anche a quelli che si sono immedesimati nel primo, con l’invito a farsi sorprendere dal fascino delle suggestioni… se questo libro non vi dovesse piacere, allora la mia semplicistica pseudoanalisi si rivelerà corretta, altrimenti sarà una buffa e azzardata semplificazione e mi perdonerete.

Si tratta di una raccolta di undici racconti in cui si fa appunto riferimento ad ogni genere di equivoco, malinteso, errore per cui i protagonisti spesso pagano un caro prezzo: piccoli e senza importanza sono senz’altro eufemismi. Per comprendere l’intera essenza del libro basterebbero queste parole che l’autore ha lasciato in una nota introduttiva: «Parlo di equivoci, ma non penso di amarli; sono piuttosto portato a reperirli. Sapere che si tratta di un’attrazione ricambiata non è esattamente una consolazione.[1]» E forse siamo portati ad entrare in una profonda empatia con i personaggi e a immedesimarci negli scorci di vita dei vari racconti proprio perché i malintesi sciocchi e quelli irrimediabili fanno parte della nostra quotidianità, per alcuni di più, per altri, i più fortunati, di meno. E, durante la lettura, in fondo riflettiamo sul caso e sulla fatalità, sul rimpianto o sulla felicità che alcune scelte apparentemente insignificanti possono provocare.

piccoli_equivoci_senza_importanza_1Curve a strapiombo sull’Atlantico, una New York sporca di giorno e sfavillante di sera, un treno da Bombay a Madras sono solo alcuni dei fascinosi scorci che fanno da sfondo alle vicende, diversissime l’una dall’altra non solo per luogo e tempo storico ma anche per temi e toni.

C’era qualcosa di querulo in quel rimando tardoromantico a un empireo non meglio definito nel quale vagherebbero in forma astratta i concetti poetici per scendere poi in forma di parole nel recipiente vile del poeta: uomo mortale e contaminato dal peccato e dal risentimento.

(Antonio Tabucchi, Piccoli equivoci senza importanza, Milano, Feltrinelli, pagina 98)

Su questa linea si sviluppano le riflessioni sulla poesia in uno dei racconti, intitolato Il rancore e le nuvole. Tabucchi passa con maestria dal raccontare argomenti intellettuali a drammi familiari, dal mondo dei viaggiatori a quello degli attori, arricchendo i suoi curiosi enigmi con una sorta di humanitas, di empatica comprensione per ogni storia e per ogni comportamento, che ben si astiene dal giudicare. Conclusioni vaghe e epiloghi solo abbozzati sono innegabilmente intriganti, ma assumono anche una sorta di valore più profondo se li si legge alla luce delle parole che Tabucchi ha scritto ancora una volta nella nota introduttiva:

Mi potrebbe consolare la convinzione che l’esistenza sia equivoca di per sé e che elargisca equivoci a tutti noi, ma credo che sarebbe un assioma, forse presuntuoso

[…]

Non resta allora che immergersi nella lettura di questa raccolta, facendosi sorprendere dai ricordi dei propri equivoci, talvolta incredibilmente buffi, altre volte irreparabili, realizzando che i malintesi saranno sempre i nostri fedeli compagni di viaggio.

The following two tabs change content below.
Vittoria Pauri

Vittoria Pauri

Mi chiamo Vittoria e ho diciotto anni. Se questo fosse un questionario di Proust, alla domanda "qual è il tuo motto?" non avrei esitazione a citare la frase di Gandhi che, tradotta piuttosto liberamente, recita così: il miglior modo per trovare se stessi é perdersi nel servizio degli altri. Mi riassume perfettamente. Le due cose di cui non posso fare a meno sono la curiosità di capire ciò che mi capita intorno e un quadernetto, da cui non mi separo mai, su cui scrivo tutto quello che mi passa per la testa e su cui colleziono frammenti di libri, poesie e conversazioni.
Vittoria Pauri

Ultimi post di Vittoria Pauri (vedi tutti)

Loading Facebook Comments ...