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Our War e la poesia del popolo curdo

Ci sono film che non si riescono a vedere facilmente. Escono, ma i cinema li tengono poco, o non li tengono affatto. Nemmeno quando vengono presentati a festival di primo piano. È il caso di Our War, il documentario di Benedetta Argentieri, Bruno Chiaravalloti e Claudio Jampaglia. E questo per dire il perché di una recensione fuori tempo massimo di un film prodotto più di due anni fa, passato a Cannes e a Venezia nel 2016 che parla di una guerra che – in apparenza – sta finendo, e che il titolo scopertamente, spudoratamente, chiama Our War, la nostra guerra.

La guerra contro l’Isis non è un argomento nuovo, su queste pagine. Our War mostra chiaramente quanto sia centrale, nodale, per capire il nostro tempo. È la storia di tre uomini: un ragazzo italiano comunista, Karim Franceschi, un ex marine americano, Joshua Bell, e infine Rafael Kardari, un curdo svedese che attraverso la guerra ha riscoperto il suo popolo. Non hanno praticamente nulla in comune: non si conoscono, non parlano la stessa lingua, non hanno nemmeno le stesse idee politiche. Eppure tutti e tre hanno abbandonato casa, amici, famiglia per unirsi alle milizie dell’Ypg, i combattenti curdi che hanno quasi definitivamente sconfitto l’Isis.

Ci sono delle guerre che sono dei test di moralità, diceva Terzani. Lo è stata la guerra di Spagna, lo è stata la guerra in Vietnam. Oggi lo è la guerra di Siria. È uno di quei casi in cui non ci si può astenere, bisogna scegliere da che parte stare. Non si può stare a guardare, chiamarsi fuori, come purtroppo abbiamo fatto in tanti. Our War è la storia di chi invece non l’ha fatto, di chi è andato dentro la guerra. Consapevole che la guerra l’avrebbe cambiato per sempre, che la guerra l’avrebbe distrutto.

Non c’è niente di eroico nella guerra. Un grande scrittore, Elio Vittorini, lo mostra chiaramente nel suo Uomini e no. I «no» non erano i tedeschi, i nazisti. Erano i partigiani. Erano coloro che volontariamente hanno rinunciato alla propria umanità per combattere agli altri, dopo, di conquistarne una. No, non sono eroi, questi combattenti. Gli eroi esistono solo nella nostra mente. Karim Franceschi ha portato in Italia diverse ore di filmati della vita quotidiana in guerra. Sono il suo diario personale. Il diario di chi non sa se il momento dopo sarà ancora vivo. È attraverso queste immagini, scelte con cura, montate e intervallate dalle interviste e dalle storie degli altri due combattenti, che Our war scende nella guerra, la racconta da vicino. Finiamo, quasi senza accorgercene, dentro la guerra. Anzi, dentro quella guerra, che ha qualcosa di particolare, di diverso dalle altre guerre, dalla guerra come è narrata di solito.

Pochissimi i frammenti di guerra combattuta, che comunque bastano per incollare lo spettatore alla sedia: quella è la guerra, non è un film, non è simulazione Quegli spari, quelle esplosioni, sono gente che muore, gente che è morta. La paura dei soldati è paura vera, non è una finzione. Ma, a parte queste piccole sequenze, è altro che si presenta sotto i nostri occhi. Sono le postazioni delle prime linee curde, a pochissimi passi dalle postazioni Isis, quasi fianco a fianco. Sono i movimenti sicuri e controllati di Karim Franceschi – basta esporsi appena per essere preda dei cecchini – è la paura. Una paura che impari a controllare, impari a conservare, a tenertela stretta: è quella paura che ti fa percepire il pericolo con chiarezza. Troppi, dice Karim, i compagni che si sono sbarazzati in fretta della paura. È come consegnarsi volontariamente alla morte. È la paura che ti fa dire di non avanzare troppo, di non esporsi inutilmente al fuoco. È la paura che ti fa usare il cervello, che non ti fa credere invincibile.

Joshua Bell in una scena del film

Joshua Bell in una scena del film

La telecamera a mano ondeggia, si ferma sulle linee nemiche, passa negli avamposti curdi, salutata dai soldati. I loro volti, le loro risate. Quanto è stata coperta la guerra in Siria e in Iraq. Quanti reportage sulle donne guerriere, quanti filmati, quanti telegiornali. La guerra oggi è molto più coperta che non quaranta, cinquant’anni fa. Eppure non la vediamo mai veramente. Non è lì l’interesse. Bisogna scoprire qualcosa di nuovo, dare la notizia. La guerra, sembra di conoscerla già. È quella lì, quella dei soldati in tenuta mimetica, quella delle simulazioni dei videogiochi. È quella lì la guerra, la conosciamo tutti.

Joshua Bell è uno che ne sa, di guerra. Era un marine. Uno splendido marine americano dagli occhi da bambino. Quando gli viene chiesto di partecipare al documentario, invita la troupe nientemeno che a un soft air di beneficenza, con un uomo mascherato da grinch a cui bisogna dare la caccia. I tre registi, sulle prime decisamente perplessi, si rendono conto che filmare questa scampagnata guerresca è il modo migliore per entrare nella testa dell’ex-marine. Com’è possibile che un marine amante del soft air si unisca alle milizie curde? Come è successo?

Our War, locandinaLo racconta direttamente Joshua, con i suoi occhi da bambino, con il suo fare lievemente childish, con i suoi gesti che racchiudono l’America intera. È stato un amore verso queste persone che, prima ancora di essere soldati, sono combattenti per un ideale. Pazienza, dice Yeoshua, se politicamente hanno le loro idee, contraddittorie ed utopistiche. Quello che conta è che stanno facendo qualcosa di grande, grande. Più grande delle loro idee. È Davide contro Golia. È il ragazzino armato di fionda che sfida il gigante. Non si può non stare dalla sua parte.

E poi quelle terre sconfinate. Quelle terre che ti fanno venire voglia di abitare lì, di passare lì l’intera esistenza, perché ti rendi conto che quello è il centro del mondo, il centro del mondo con tutte le sue sfaccettature, con tutte le sue contraddizioni. È lì che pulsa il cuore del mondo, e c’è qualcosa che te lo fa sentire, anche se non si sa bene cosa. Per questo il sogno di Joshua è poter vivere lì, con sua moglie e con «tanti bambini americani».

Attraverso le immagini di Karim vediamo i volti di questi giovani, alcuni quasi dei ragazzini, che combattono per fare la Storia. Li vediamo scherzare, dire qualche parola alla telecamera, li ascoltiamo cantare. C’è un’umanità in quelle scene che difficilmente si può descrivere. C’è la poesia, la poesia di un popolo, il popolo curdo. Ed è per questo che, alla fine, non è semplicemente un’opera politica, ma molto di più. È un poema sull’uomo, su chi, gomito a gomito, combatte per qualcosa, rischiando la vita, rischiando tutto. Rinunciando completamente a se stesso, rinunciando alla sua bontà, accettando la guerra in tutte le sue contraddizioni. Accettando di uccidere. È proprio questo che non riesci a capire. Perché quelle persone che hanno ucciso, che uccidono, che accettano di sporcarsi col sangue, ti commuovono così? Perché li senti così vicini, come se fossi lì, insieme a loro?

Our War non risponde, ci lascia con gli occhi di sarà vivo ancora per poco, ancora solo per qualche giorno, lì in quelle piane di polvere e campi; ci lascia con una canzone curda a mezza voce che si perde tra le macerie, nell’incertezza di un mondo perduto e di uno tutto nuovo, di sogni e illusioni, ancora da costruire.

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Gabriele Stilli

Gabriele Stilli

24 anni, abita a Pantigliate, paesino minuscolo sperdutissimo tra campi palazzi e papaveri nel sud est milanese: maturità classica, poi laurea in Lettere a Pavia. In tenera età venne stregato da quelle cose che si scrivono andando a capo spesso, e da allora scribacchia poesie. Da molti anni si è rassegnato ad ascrivere la letteratura tra le discipline umanistiche e non al rigoroso ambito delle scienze. Nutre ancora qualche dubbio, però.