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Navigando verso l’oltretomba di Omero

José Benlliure y Gil’s, La barca di Caronte, 1919

Diario di un viaggio nell’Ade – Parte II

Bene, caricata la nave siamo partiti. Ma dove si trova il paese più introvabile di tutti? Se si dovesse compiere una descrizione geografica dell’Ade, della sua collocazione all’interno dell’universo, del percorso per arrivarci e dei vari elementi naturali che lo connotano, non si potrebbe fare altro che redigere un elenco incoerente di passi e citazioni, senza che da questi scaturisca però nessun tipo di mappa. Questo perché tracciare una rotta per l’Ade non significa disegnare un itinerario fisico, ma si tratta di un viaggio verso l’inconscio, in quanto l’Ade è l’archetipo del nostro rapporto con il divenire. Se Google Maps, oltre all’opzione Satellite, Rilievo e In bicicletta, ne avesse un’altra, che potremmo chiamare Cosmo omerico, le cose sul nostro piccolo smart-phone diventerebbero un po’ più complicate: andrebbero inserite anche coordinate emotive e culturali di cui si compone lo spazio omerico.

Le prime mappe cosmiche della storia della Grecia sono quelle che ritroviamo nel libro VIII dell’Iliade, e ce le fornisce guarda caso il Padre degli dèi, Zeus. Al verso 16 egli delinea una spazialità verticale, ossia ordina il cosmo su tre livelli, in alto il cielo, al centro la Terra con l’Ade e in basso, simmetricamente, il Tartaro, la parte più profonda e oscura del regno infero. Versi dopo però, a 478-479 per la precisione, sempre il Tataro è rappresentato “ai limiti ultimi della terra e del mare”, ossia in una spazialità orizzontale, in cui l’aldilà è posto ai confini estremi del mondo.

Queste due diverse indicazioni indicano due modi diversi con cui i Greci si relazionavano con il regno dei morti, e per comprenderle dobbiamo prendere in analisi il valore dello spazio in Omero.

Fuseli tiresia oltretomba omerico

Fuseli, Tiresia predice il futuro a Odisseo, 1800

La distanza spaziale in cui sono calati ai viaggi di Odisseo corrisponde a una distanza temporale e culturale. I Lestrigoni, i Titani, gli Etiopi, i Feaci e anche la terra dei Beati si trovano in regioni periferiche della terra, ma appartengono anche non a caso a un’epoca mitica precedente o a una condizione privilegiata, più vicina agli dèi. Anche la rigida scansione temporale, così severa nell’Iliade e nella parte itacese dell’Odissea, sembra rompersi nel caso delle peregrinazioni di Odisseo: il viaggio per giungere e tornare dall’Ade dura appena ventiquattro ore, quello dall’isola di Eolo ai Lestrigoni sei giorni, quello dal capo di Malea alla terra dei Lotofagi nove giorni. Avviene una smaterializzazione della successione temporale in quanto il valore temporale qui indicato funge semplicemente da cesura narrativa tra un episodio e l’altro.

Se a questo si aggiunge il fatto che la società greca gentilizia era solita attribuire all’antico un prestigio maggiore, comprendiamo come a questa distanza spaziale-temporale sia legato anche un certo primato ontologico: ciò che è lontano è più antico e più ammantato di timore sacrale. Ecco allora che viene recuperato il valore di centralità della collocazione spaziale dell’Ade: se da una parte è descritto come il luogo irraggiungibile e più arcano di tutti, l’Ade è anche il punto da cui si sprigiona un sapere arcaico e come tale assume una posizione di rilievo all’interno dell’universo.

Addentrandoci dopo queste premesse nel vero paesaggio degli inferi, un ingenuo viaggiatore dei nostri tempi perso a cercare risposte nel suo telefonino non si accorgerebbe di nulla, ma qualunque essere umano cresciuto in una cultura abituata a un rapporto concreto con lo spazio che la circonda non può fare a meno di notare qualcosa di molto significativo nel paesaggio intorno.

Tutti gli elementi naturali che incontriamo, i boschi di Persefone, la rupe a cui si ferma Odisseo e i vari fiumi infernali, Periflegetonte, Cocito e Acheronte, sono fortemente significativi. Per noi le frontiere sono linee immaginarie sulle carte, ma per i popoli semi-civilizzati il passaggio da una regione all’altra è segnato da una serie di marcatori simbolici che indicano che il regno di fronte a cui ci troviamo è inserito in un regime speciale rispetto al nostro. Il fiume per esempio assume in questo contesto un valore binario: da una parte infatti richiama l’immagine di un viaggio inesorabile che non può essere invertito, come è il viaggio dalla vita alla morte, dall’altra costituisce lo sbarramento naturale per eccellenza, per ribadire l’impenetrabilità del mondo infero.

Attraverso questi indicatori viene ribadito il valore di marginalità dell’Ade, ma ciò che si specifica è il valore di soglia. Gli stessi riti che Odisseo compie sulle porte dell’Ade non sono solo riti per evocare le ombre ma appartengono anche alla categoria dei riti di passaggio: non si arriva genericamente ai confini del nostro mondo, ma ci si presenta alla porta del mondo dei morti. Odisseo infatti non scende fisicamente nell’Ade, ma si ferma davanti a quello che si configura come ingresso, di cui alberi, rupi e fiumi sono gli indicatori magici.

Il dettaglio altrettanto interessante è quello della completa assenza di luce che avvolge il paese dei Cimmeri: ci dà l’impressione di trovarci in un para-mondo completamente ribaltato rispetto al nostro. Il colore che domina in questo vestibolo infernale è il nero della notte, e proprio il colore scuro ha un valore ambivalente in tutte culture mediterranee: da una parte indica sì la morte, dall’altra invece la potenzialità generatrice, identificandosi come l’indistinto primordiale, in cui ancora non si riconoscono le forme delle cose (basti pensare al Caos di Esiodo). Ci troviamo quindi in un luogo più antico, da cui proviene un sapere arcano: del resto gli stessi dèi compiono i giuramenti sull’acqua di Stige no? E se poi ampliamo il nostro sguardo fino a includere nell’analisi dell’Ade anche la mantica incubatoria, ossia quella pratica che consisteva nel ricevere oracoli discendendo nelle viscere della terra e di cui il viaggio di Odisseo verso Tiresia non è altro che un precedente, ci accorgiamo di quel primato ontologico che conferisce alle parole dei morti un valore di veridicità.

Ma cos’è che conferisce all’Ade un valore veramente archetipico e che lo rende un concetto culturale operante nell’uomo greco?

Jan Cox, Iliade, la fine, 1975

Jan Cox, Iliade, la fine, 1975

Abbiamo trascurato che ci sono dei tratti astrali sottesi alla descrizione dell’Ade. Se si considera la tendenza dei Greci e quella di altri popoli antichi a polarizzare la geografia cosmica in due estremi, riassumendo i quattro punti cardinali in una sola linea est-ovest in cui il nord freddo e privo di luce si assimila all’ovest e il sud caldo e solare all’est, il vestibolo infernale con le tenebre che lo avvolgono sembra essere posto nelle estremità settentrionali e occidentali della terra. Il viaggio per arrivarci allora, quello che compie Odisseo, si muove da Oriente a Occidente, dall’isola di Eea “dove sono i cori dell’aurora”, alla terra dei Cimmeri su cui “si stende una notte funesta”: segue il percorso del sole! 

Alla base del concetto di Ade c’è allora l’alternanza fra giorno e notte, l’archetipo di tutte le trasformazioni e di tutte le opposizioni, su cui è ricostruita quella fra morte e vita. Attraversare le porte dell’Ade significa tanto tramontare per morire quanto morire per ritornare: è necessario che si compia la morte e il passaggio verso l’oltretomba per poter proseguire la vita nel mondo di qua.

Navigare verso l’Ade significa mettersi in viaggio verso un luogo dello spirito, in cui l’anima vive un’avventura che la stravolgerà e la restituirà modificata al mondo quotidiano. Più che la descrizione geografica sono i valori psicologici che abbiamo segnalato a essere costanti. Il vestibolo infernale, posto sulla terra e raggiungibile con “una nave ben costruita”, è un concetto operativo culturale, ossia uno strumento interpretativo che distinguendo tra vivi e morti si pone all’origine di tutte le distinzioni, ed è il simbolo della prova di iniziazione che ciascuno deve compiere per progredire verso un nuovo stadio.

Si tratta allora di un viaggio in cui gli strumenti come Google Maps sono inutili, non resta altro da fare che armarsi di coraggio e inoltrarsi in ciò che di più arcaico c’è in noi.


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Rudy Toffanetti

Rudy Toffanetti

Vive a Lacchiarella, in Provincia di Milano. Dopo la laurea in lettere antiche all'Università di Pavia, studia filologia, letteratura e storia dell'antichità a Milano. Collabora con l'assciazione teatrale Studionovecento, ed è volontario presso la Croce Rossa Italiana. Poeta dagli anni del liceo, nel 2016 ha pubblicato la sua prima opera, Sul Confine.
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