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Le visitatrici di Vargas Llosa

Egon Schiele, L'abbraccio, 1917

Egon Schiele,  L’abbraccio,  1917 (particolare)

All’inizio volevo raccontare questa storia seriamente. Ho scoperto che era impossibile.

(Mario Vargas Llosa, Pantaleón e le visitatrici, 2001, Giulio Einaudi Editore, quarta di copertina)

Lo guardi, lo apri, ti metti a leggere. Alle prime pagine non capisci niente; però ti avvince, e continui. Vargas Llosa, premio Nobel, meriterà leggerlo, meriterà andare oltre la prima pagina: e in effetti merita. Una volta entrati nel meccanismo narrativo, questo ti avvolge come i serpenti della foresta tropicale di cui scrive, e finisce che sei già alle ultime pagine del libro, che due o tre giorni sono volati e tu hai vissuto lì dentro, con quei personaggi, con quelle storie.

Pantaleón e le visitatrici è un ottimo modo per scoprire che la letteratura non è solo pianto e sconvolgimento interiore (pure fondamentali), ma è un modo di vivere con la fantasia, di volare senza muoversi, un gioco. Che la letteratura può essere divertente e importante nello stesso momento; che il gioco, insomma, è una cosa maledettamente seria. Tanto più seria quanto dietro il gioco si nascondono avvenimenti reali, anche se incredibili e mascherati.

Andiamo con ordine: alla prima pagina vi troverete davanti un uomo, tale Pantaleón Pantoja (Panta o Pantita, per gli amici), ufficiale dell’esercito peruviano, sua madre e sua moglie; poche righe dopo verrete scaraventati nel monologo allucinato di un predicatore folle, per poi ripiombare nell’ufficio del generale Tigre Collazos, e poi perdervi nella selva dei dialoghi fra generali, e ritrovarvi pagine dopo nei rapporti di Pantoja, scritti in un linguaggio asciutto, militare, e poi si ritorna tra i dialoghi, e poi ricompare il predicatore. Non capirete nulla per le prime tre pagine, poi, lavorando di machete senza perdere di vista il sentiero, rimarrete affascinati dalla capacità narrativa di Vargas Llosa: vi fa letteralmente vivere la vicenda, usando uno stile che, a prima vista, sembrerebbe impervio. Come la foresta cela i suoi tesori, così è generosa con chi ha la tenacia di penetrarvi, e di scoprirli.

Ivan Albright, il rio delle amazzoni, Iquitos, 1971

Ivan Albright, il rio delle amazzoni, Iquitos, 1971

E così veniamo a sapere che il capitano Pantaleón Pantoja è stato chiamato dal generale in persona per un servizio di vitale importanza, e pertanto da tenersi segretissimo:

— Il servizio delle che cosa? — scoppia a ridere il generale Scavino. — Né tu né Victoria potete prendermi per il culo, Tigre. Ti sarai mica dimenticato che ho le mutande di ferro, no?
— Bene, veniamo al dunque, — si punta un dito sulle labbra unite il generale Victoria. — La faccenda esige la più assoluta riservatezza. Mi riferisco alla missione che intendiamo affidarle, capitano. Sputa il rospo, Tigre.
— In breve, l truppa della foresta passa il tempo a chiavarsi le femmine del posto, — riprende fiato, sbatte le palpebre e tossisce il Tigre Collazos. — Gli stupri non si contano e i tribunali non ce la fanno a star dietro a tutto quel casino. L’Amazzonia intera è in subbuglio.
— Ci bombardano ogni giorno con rapporti e denunce, — si pizzica il mento il generale Victoria. — E arrivano persino commissioni di protesta dai villaggi più sperduti.

— I suoi soldati abusano delle nostre donne, — stropiccia il suo cappello e perde la voce il sindaco Paiva Runhuí. Mi hanno messo nei guai una cognata pochi mesi fa e la settimana scorsa per poco non mi inguaiavano anche la moglie.

(Mario Vargas Llosa, op. cit., p.6)

Vediamo qui gli ingredienti principali della vicenda: sindaci che compaiono dal cilindro del nostro autore così, dal nulla, con naturalezza; tic e atteggiamenti del volto dei personaggi, sempre uguali, tripartiti, come una formula oracolare che scandisce il romanzo. E man mano la formula si sofistica, si ingrandisce assumendo contorni vagamente surreali, come «prende aerei, jeep e lance, percorre l’Amazzonia, torna a Lima, fa lavorare fuori orario gli ufficiali di Contabilità e finanze, redige un rapporto, si presenta nell’ufficio del Tigre Collazos il colonnello López López». (p.214).

E, infine, un servizio delle «che cosa?»

Le «che cosa?» sarebbero le «visitatrici», ovvero un reparto di prostitute itineranti incaricato di intrattenere i soldati, dimodoché non intrattengano le gentil fanciulle del luogo.

Avete capito bene.

— Uno, Rita!
— Due, Penélope!
— Tre, Coca!
— Quattro, Pichuza!
— Cinque, Pechuga!
— Sei, Lalita!
— Sette, Sandra!
— Otto, Maclovia!
— Nove, Iris!

— Dieci, Peludita!

(Mario Vargas Llosa, op. cit. p.110)

Mario Vargas Llosa Pantalòn e le visitatrici

Ebbene sì.

Solcando il Rio delle Amazzoni con un battello carico di attraenti ragazze, il nostro Pantaleón crea una vera e propria impresa, con la precisione metodologica e la freddezza tattica che contraddistingue un generale; precisione e impegno che diventano presto ipocrisia. E qui si svela il doppiofondo di questo romanzo, la critica all’esercito, a tutti gli eserciti, condotta non con il puntiglio da politico, ma con la penna da scrittore fantasioso e stravagante; e questo lo rende un unicum, un esperimento riuscitissimo e completo.

Vargas Llosa mescola insieme una tecnica narrativa spericolatissima, una massiccia componente onrico-buñuelliana, una storia accattivante (ammetterete che è un espediente narrativo geniale) e alcuni personaggi molto particolari, come il celeberrimo giornalista radiofonico che tutti ascoltano: il Sinchi, che replica, in sottofondo, la situazione delle radio del Rwanda (e inserendo quindi una nota inquietante, in un romanzo che altrimenti sarebbe solo uno splendido gioco letterario — una sorta di realtà che bussa alla porta).

Il risultato è un vero romanzo contemporaneo, che sa dissimulare il suo spessore dietro una patina giocosa. Anche perché, incredibile a dirsi, il nostro autore non inventa niente: come spiega nel saggio Come nasce un romanzo del ’79 (allegato all’edizione italiana) i fatti sono tutti indicibilmente veri: dopo tanti romanzi che hanno faticato per apparire veri, per proporre una realtà finzionale in modo verosimile, Vargas Llosa rovescia il banco, e ci regala una realtà vera, talmente vera da apparire inventata.

Servir, servir, servir
L’Esercito della Nazion
Servr, servir, servir

Con molta dedizion

Ora in piedi, visitatrici,
ora andiamo a lavorar:
C’è lì Dalila che aspetta,

Eva brama di salpar!

Ciao ciao ciao
Cinese, Chuchupe e Chupón
Ciao ciao ciao

Signor Pantaleón

(Mario Vargas Llosa, op. cit. p.137-138)
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Gabriele Stilli

Gabriele Stilli

24 anni, abita a Pantigliate, paesino minuscolo sperdutissimo tra campi palazzi e papaveri nel sud est milanese: maturità classica, poi laurea in Lettere a Pavia. In tenera età venne stregato da quelle cose che si scrivono andando a capo spesso, e da allora scribacchia poesie. Da molti anni si è rassegnato ad ascrivere la letteratura tra le discipline umanistiche e non al rigoroso ambito delle scienze. Nutre ancora qualche dubbio, però.