Browse By

Le donne al Parlamento

Donne 2Dunque, Aristofane.
Aristofane e le Donne al Parlamento.
Cioè l’Ekklesiazousai.

Un po’ di tempo fa, quasi allo scorcio del 2014, avevamo affrontato una delle commedie di Aristofane, i Cavalieri, uno dei testi più arcaici pervenutici dell’antico commediografo, una commedia datata al 424 a. C, un anno davvero crudele per gli ateniesi che, impegnati nel violento e totale conflitto contro Sparta, si videro defraudati di Anfipoli, perduta da Tucidide, sì, lo storico Tucidide e ancora sconfitti dai tebani presso Tanagra, causa l’incapacità tattica (forse) dello stratego Ippocrate.

In quell’occasione avevamo discusso di alcuni aspetti, propri, di superficie, della commedia, la seconda, dell’autore attico e ne avevamo colto alcuni elementi, soffermandoci sulle pratiche demagogiche di uno piuttosto che di un altro personaggio, sull’impossibilità dell’onesto a vincere la lotta politica politamente, a tentare di sintetizzare la visione Storica (se così può definirsi) improntata al Passatismo propria dell’operante che riesce a scorgere solo in quello che è avvenuto prima, prima ancora di una memoria nitidamente definita, dunque in un passato mitico e atemporale cioè astorico, nell’aurea Età arcaica i modelli onesti, giusti, sani, corretti di una società che osserva ridotta in sfacelo, irrimediabilmente corrotta.

Busto di Aristofane.

Busto di Aristofane.

Sì, i Cavalieri di Aristofane, pur nella loro sostanziale differenza, che conduce gli studiosi ad accostarli in parte alla più antica Acarnesi (425) e li scinde dalle più note (ancora) Rane, Nuvole e Uccelli (405, 423, 414), è una commedia politica, un testo che dialoga con il pubblico, che diviene Voce e dunque strumento per veicolare idee; Aristofane crede ancora nella democrazia (?), ancora il piano, pure con un’enorme forzatura, tramite un paradosso, trova la sua lieta conclusione. È un testo dei più antichi, è un testo del V secolo.

Guido Paduano pone l’accento proprio su questo dato, quando nell’introduzione alla commedia che dà il titolo all’articolo, ci ricorda più volte che Le donne al Parlamento segnano, un po’ come la fine della guerra del Peloponneso, ancora prima le guerre persiane raccontateci da Erodoto o, successivamente, l’avvento di Filippo il Macedone, il nodo di svolta nella produzione di un autore che diviene portavoce, segno e simbolo, del tempo che passa, del passaggio da un’epoca all’altra.

Già, ma perché?

Si tratta ovviamente di ipotesi e, non essendo uno studioso di Aristofane, ciò che vi propongo di seguito può essere considerato come una propagazione, riflessiva e fantasticata, probabile, del testo, dei testi letti e, non sufficientemente a fondo, meditati.

Le donne al Parlamento si collocano, quasi certamente, al 392 a. C. , circa trent’anni dopo i Cavalieri; è una delle ultime commedie che ci restano, per la precisione la penultima. Si tratta di un’opera divertente che per più della metà del suo svolgimento (che consta di 1183 versi) conserva un ritmo ben cadenzato, con punte di genio, di creatività che non ci si aspetterebbe da un soggetto che potremmo immaginare attempato, ormai anziano quale doveva essere il poeta a quell’altezza cronologica.

Come in Lisistrata (411), seppure con le dovute, enormi differenze, anche nelle Donne al Parlamento il ricatto, la molla che rende possibile e di fatti realizzabile il piano è lo sfruttamento del desiderio sessuale, accompagnato in sordina da un vivo fantasma del cibo (nella gran parte dei versi si parla di sesso e di cibo, come del resto capita anche oggi), tutto, giustamente/dovutamente, sacrificato al bene comune. Il sesso serve alle donne, e in particolar modo a Prassagora, l’eroina protagonista, per attuare il piano. No, non si tratta di vendere il proprio corpo, ma di nasconderlo, di travestirsi da uomini per concedere il potere alle donne. cioè per afferrare il potere con l’inganno.

Perché il potere alle donne?

Si ripete più volte, cioè Aristofane ci ricorda, ricorda al suo uditorio, più volte che spesso in Atene sono stati i provvedimenti più assurdi, le scelte ingiustificate e ingiustificabili, a portare il buono, a ridonare ai costumi corrotti la vetusta, svenduta, virginea purità. Ciò perché il proponente (Prassagora stessa mascherata da uomo per l’appunto) non può favorire esclusivamente i propri interessi, vizio che sembra inficiare nel profondo e da tempo la comunità della polis attica[1] .

Prassagora.

Prassagora.

Perché scegliere le donne poi? Quale il motivo da parte dell’autore?

Probabilmente in Aristofane influiva una doppia serie di motivazioni nella scelta di questo espediente drammatico: la donna, nel contesto greco (e per molti, praticamente tutti i secoli successivi) non costituiva un soggetto politico, cioè era un espediente utopico se non al pari, vicino ad altri sperimentati dal commediografo (come la città sospesa negli Uccelli), soggetto irriverente e mordente; le donne sono dipinte, essenzialmente, come figure-strumento (eccetto Prassagora) atte a rinverdire, nel profondo, l’antico modo di intendere e svolgere la vita. Su questo punto, su questo ritorno ad una morale arcaica, si attua poi una distorsione perché per Prassagora il principio secondo il quale ottenere giustizia e uguaglianza può realizzarsi solo tramite l’espropriazione dei beni privati, di ogni genere di bene privato e la successiva pubblica distribuzione di ogni bene, di ogni piacere, ivi compreso il sesso.

Ora, la differenza, le differenze che passano tra questa commedia e quelle del secolo precedente, per estrema economia si possono ridurre a due: la prima riguarda l’evoluzione del coro, la seconda l’impossibilità al compimento del piano. Il coro, che dà il titolo ai testi aristofaneschi, non assolve più la funzione propria che aveva nella commedia antica: non è portavoce di  una comunità, non è più soggetto pensante e attivo nell’intreccio; ancora ha sacrificato i suoi versi, le sue forme testuali e ritmiche riducendosi a piccolo, piccolissimo elemento strutturale[2]; si avvia a divenire il coro che poi vedremo e ascolteremo nella commedia nuova di Menandro. Le donne poi, soprattutto alla fine, e Aristofane tramite la dicotomia di opinione delle due uniche figure maschili che compaiono nel testo, ci palesa l’impossibilità che la realtà, la nuova versione di Atene voluta dalle donne e accolta dai cittadini passivamente (che poi sarebbe quella arcaica solo reinterpretata), possa compiersi; non riesce più a sospendere il giudizio, a credere al paradosso, frantuma la sua visione utopica.

Aristofane si avvia, si è già avviato a scrivere una commedia non politica, che non può più essere Voce, soggetto e oggetto di discussione una volta usciti dalla conca teatrale; si tratta di uno spettacolo, solo una commedia scritta per divertire, irriverente certo, pungente in più di un’occasione, ma ormai addomesticata, addomesticata dai tempi[3].

Ci siamo dimenticati dei tribunali.
Oh, cosa sono i tribunali per gli ateniesi?
Be’ , ne parleremo un’altra volta.
Ma poi, secondo voi, Aristofane credeva nelle sue donne?
Riteneva possibile la loro rivoluzione?


Bibliografia

Aristofane, Le donne al parlamento, a cura di Guido Paduano, 1996 Rizzoli, Milano.
Marco Bettalli, Anna Lucia D’Agata, Anna Magnetto, Storia greca, 2006 Carocci, Roma.

Print Friendly, PDF & Email
The following two tabs change content below.
Salvatore Ciaccio

Salvatore Ciaccio

Nato a Sciacca in provincia di Agrigento nel 1993, ho frequentato il Liceo Classico nella mia città natale per poi proseguire gli studi a Pavia, dove mi sono laureato in Lettere Moderne con una tesi dedicata all'architettura normanna in Sicilia.