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L’America nascosta di Edward Hopper

<span style="font-size: 10pt; color: #000000; font-family: verdana, geneva, sans-serif;">Edward Hopper, Nighthawks, 1942</span>

Edward Hopper, Nighthawks, 1942

Un gigante della pittura americana, il più grande realista americano, precursore della pop art e addirittura il principale pittore realistico della sua epoca. Edward Hopper ha fatto per tutta la vita parlare di sé, raccogliendo consensi e approvazione dalla maggior parte della critica.

Tutti si sono imbattuti almeno una volta in una sua opera, uno dei suoi famosi fari, o uno scorcio di un benzinaio “Esso”, o ancora una scena popolata da personaggi che sembrano a dir poco distratti. Il suo linguaggio artistico fatto di colori accesi e definiti, le sue linee morbide e nette e i suoi scorci naturalistici sono molto famosi, eppure non sono capiti da tutti.

Infatti i suoi quadri sono di difficile lettura e ancora più difficili da interpretare con i tradizionali strumenti della storia dell’arte. A rendere tutto più complicato è la scelta di non analizzare sé stesso, sottraendosi volontariamente ad ogni tentativo di interpretazione.

Nato a Nyack (New York) il 22 luglio 1882 ha la fortuna di far parte di una famiglia che accoglie volentieri le inclinazioni artistiche del giovane, limitandosi a spingerlo verso studi di grafica e arte delle illustrazioni. Infatti dopo aver frequentato la scuola privata del quartiere e la High School di Nyack, si trasferisce a New York City per frequentare la Correspondence School of Illustrating e la Chase School (dove ebbe come insegnante Robert Henri, figura che influenzò molto la sua formazione), per passare poi ai corsi di pittura.

Nel 1906 Hopper si reca a Parigi dove rimane per circa un anno, non per frequentare scuole d’arte ma per visitare mostre, musei, gallerie, caffè e per dipingere en plen aire. Sperimentando un linguaggio formale affine a quello impressionista da cui si distaccherà quasi subito, Hopper incomincia a studiare il tema della luce, che sarà fondamentale per gli sviluppi successivi della sua esperienza pittorica.

Edward Hopper, Il faro a due luci, 1929

Edward Hopper, Il faro a due luci, 1929

Purtroppo però l’artista non riscuote da subito molta fortuna con i suoi quadri, tanto che il primo concorso da lui vinto risulta essere quello per i manifesti di guerra nel 1918, dunque da illustratore; discreto successo riscuotono anche le sue acqueforti, che gli permettono di sperimentare la tecnica del disegno arrivando a esiti di grande vigore ed espressività.

La cifra stilistica di Hopper, maturata a partire proprio dai suoi inizi come grafico – illustratore, è unica e per questo il pittore non è facilmente inseribile all’interno di una precisa corrente artistica: vicino agli impressionisti nella giovinezza, con il passare degli anni se ne distanzia in favore di una pittura più realistica e narrativa. Se non riuscissimo proprio a fare a meno delle categorizzazioni, lo si potrebbe forse far rientrare nel gruppo del Realismo americano, o meglio ancora del Regionalismo, che descrive la realtà della provincia, delle città e del cinema di marchio U.S.A, con attenzione particolare per scene di vita quotidiana e per la vita sociale del luogo. Alla stessa corrente appartengono Georgia O’Keeffe, Diego Rivera, David Alfaro Siqueiros e Josè Clemente Orozco. Ma perché creare limiti dove non ci sono? Edward Hopper non è solo questo, anzi è molto altro.

Nel 1924 Hopper sposa la pittrice e amica Josephine Nivinson, con la quale ci sarà sempre una sorta di rivalità artistica che però non rischierà mai di compromettere il loro rapporto privato; anzi il legame tra i due, che non ha mai risentito della mancanza di figli, è molto forte sia sul piano professionale che su quello sentimentale, condividono passioni e punti di vista: insieme si dedicheranno a una vita frugale, dedita alla pittura e alla campagna, ai viaggi in macchina che permettono all’artista di cogliere piccoli brani delle strade che percorre e di raggiungere luoghi isolati in cui dipingere.

Edward Hopper, La casa sulla ferrovia, 1925

Il legame indissolubile dello coppia viene sancito dall’acquisto nel 1934 di una casa a Turo, nella penisola di Cape Cod, che diventerà la sede dei mesi estivi dei coniugi Hopper e grande fonte di ispirazione per il pittore, che spesso sceglierà di ritrarre la zona ricca di fari, case e dune.

Spesso il pittore infatti predilige le rappresentazioni paesaggistiche, non limitandosi però alla sola Cape Cod. Nei primi anni di attività i soggetti preferiti sono quelli della periferia: le strade deserte, le solitarie pompe di benzina, la ferrovia, addirittura l’oceano con le barche a vela e i tanto amati fari. Andando avanti con gli anni l’interesse si sposta verso la metropoli e le grandi città, con negozi, teatri e uffici che comunque non risparmiano mai allo spettatore una sensazione di indefinitezza.

Ma Hopper non si limita ai soli paesaggi, anzi è con la rappresentazione della figura umana che lascia più il segno; sembra in genere che egli dipinga semplicemente il soggetto che si trova davanti, ma dietro alle figure con lo sguardo perso nel nulla, alle strade vuote e ai paesaggi deserti si nasconde qualcosa di più che non è facile da cogliere. Si è parlato di tre chiavi di lettura, che riguardano il “sentimento”, la “psicologia” e l’”interiorità”.

Edward Hopper, New York movie, 1939

L’essere umano quindi è il più delle volte enigmaticamente relegato in secondo piano, a volte addirittura del tutto assente; solo nei primi quadri si nota un certo affollamento e dinamismo che però viene presto abbandonato a favore di strade deserte o semideserte. Negli sguardi delle poche persone rappresentate, rivolte verso un “altro” per noi non visibile e irraggiungibile, si può leggere l’attesa, la tristezza e una sorta di sospensione dal presente che aleggia nell’aria. Hopper gioca con le figure e lavora sulla loro interazione empatica rappresentando diverse scene della vita quotidiana (stanze d’albergo, uffici, teatri) e diverse tematiche della vita umana tra cui la solitudine, l’incomunicabilità, e il rapporto passato-presente.

La produzione di Hopper è interessante anche per un altro motivo, il suo rapporto con il cinema. Moltissimi registi hanno infatti scelto di replicare nelle proprie riprese alcuni scorci del pittore americano, ritenendoli dei perfetti frammenti fotografici adatti al grande schermo. Dario Argento, Woody Allen e Alfred Hitchcock sono solo alcuni dei grandi nomi che hanno riconosciuto nelle figure e nei paesaggi hopperiani la carica espressiva e l’intensità perfette per l’obiettivo: l’atmosfera cupa, gli sguardi distratti, l’incomunicabilità che nasconde significati più profondi, tutte caratteristiche che creano suspense e curiosità.

Che piaccia o meno, è innegabile l’elettricità che scaturisce dalle opere dell’artista; tutti i suoi quadri non sono concepibili se non si tiene presente il rapporto tra l’osservatore e quello che è rappresentato sulla tela, perché l’interpretazione di chi guarda è essa stessa parte della composizione; allo stesso tempo però lo spettatore viene lasciato fuori dal rappresentato, viene reso impotente davanti a qualcosa che sente in un certo modo appartenergli, ma che a conti fatti non può cogliere.

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Elisa Enrile

Elisa Enrile

Sono nata a Savona sotto il segno dei gemelli e forse è proprio a questo che devo la mia creatività e la propensione per le materie umanistiche. Amo leggere e scrivere, la danza e la musica. Dopo la laurea in Lettere moderne ho scelto di proseguire il mio percorso di studi seguendo la mia passione per la storia dell’arte e specializzandomi in ambito contemporaneo.
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