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Come l’acqua che scorre: il cinema di Yasuijro Ozu

DOMON KEN Yasujiro Ozu

Ken Domon, L’attrice Kuga Yoshiko e Ozu Yasujirō, 1958

«Se avessimo vinto noi, ora gli americani porterebbero parrucche nere e canterebbero canzoni giapponesi masticando chewing gum»

«Allora meno male che abbiamo perso»

(Yasujiro Ozu, Il gusto del saké, 1962)

Inquadrature fisse, cavalletto basso. Colori pastello, scene di interno, fra le intelaiature di legno e i pannelli di carta delle case giapponesi. Ozu è la poesia degli anni cinquanta. Il quadro è sempre perfettamente calcolato, preciso, sobrio. I personaggi, vestiti all’occidentale o avvolti nei loro kimono, sembra di conoscerli da sempre. Ed ecco – due o tre scorci di città, Tokyo soprattutto. Palazzi freddi e alberi. Ferrovie e ponti e case basse. E ancora palazzi e insegne luminose multicolori. Un paese che si apriva al nuovo, che imparava a flirtare con l’America, senza però rinnegarsi, mantenendo la magia di un paese antico.

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Setsuko Hara, una delle attrici predilette dal regista.

Poi, l’occhio della cinepresa passa in un ufficio, dove una ragazza, in età da marito, fa la segretaria. Oppure, indugia in una sala da tè, dove un vecchio maestro sta cenando con i suoi ragazzi di un tempo, che, ormai sposati e con figli, sono tornati a fargli visita. O ancora c’è una giovane vedova, tutta casa e famiglia, che sarebbe ora si risposasse… perché no? E allora gli amici le presentano un bell’uomo… I film di Ozu hanno sempre queste ambientazioni; fanno parte di un’unica famiglia, anche gli attori sono sempre gli stessi, come una compagnia teatrale. E’ per quello che, ad un certo punto, ti pare che siano persone conosciute, vicini di casa, lontani parenti. È lo stesso film che scorre, che continua per tutta la vita.

Ozu ha uno sguardo dolce sul mondo, e lo ritrae a pennellate fini di acquerello, come sapeva fare Chaplin, o Charles Schultz – sì, del celebre autore dei Peanuts condivide la levità, la capacità di raccontare la vita e i desideri. La poesia è in un gesto, in una ragazza che si infila le scarpe, in due amiche che scherzano, nelle gite fra ragazzi fuori porta. C’è qualcosa che ricorda la vita dei nostri nonni, l’Italia frugale del dopoguerra, poi abbagliata dalle possibilità della vita moderna.

E ogni tanto la scena è interrotta da una musica, che sembra provenire non dal film, ma da dentro di noi, come un fatto del tutto interiore. È un modo di usare la colonna sonora in apparenza simile a quello hollywoodiano – anche i ritmi sono occidentali – eppure sembra un’eco, un richiamo lontano. Sembrano quelle musiche che accompagnavano i film muti, come in Chaplin, o nel bellissimo Ménilmontant di Kirsanoff, un film poco conosciuto, dimenticato anzi; bisognerà scriverci qualcosa, prima o poi.

Ma, per il momento, torniamo al nostro Ozu: attraverso quelle musiche entriamo in un Giappone d’altri tempi, lontano da quell’ubriacatura di tecnologia che ne ha fatto il paese rampante degli anni ‘80. Qui tutto è calmo, misurato, elegantemente povero. Il fumo di una sigaretta si spande nell’aria; un uomo e una donna, non più nel fiore dell’età, parlano del più e del meno, ricordano. È L’Autunno della famiglia Kohayagawa, uno dei suoi ultimi film:

«Che strano il destino…»
«Perché?»
«Non ci saremmo mai incontrati se avessi perso il primo treno»
«E’ vero. Era destino che ci incontrassimo»
«Sì, il destino è strano. Non ci vedevamo da diciassette anni»
«E in tali circostanze, per di più. Entrambi siamo cambiati»
«Ritrovarci in un velodromo… la vita cambia, come l’acqua che scorre»

(Yasujiro Ozu, L’autunno della famiglia Kohayagawa, 1961)

yasujiro ozu

Un fotogramma del film L’autunno della famiglia Kohayagawa, 1961

La sua è una commedia, come quelle di Menandro, o di Terenzio: l’azione è ferma, tutto il film si sviluppa dai dialoghi di due o tre persone pacificamente sedute a bere qualcosa. Usa sempre inquadrature frontali, al limite della linea dei 180 gradi, e questo ping-pong di visi dà ritmo alle scene. Senza essere noioso come di solito sono le sequenze campo-controcampo ripetute. Come faccia, è un mistero.

E così entriamo nelle sue storie di uomini non più giovani affezionati alle loro vecchie fiamme, di ragazze in cerca di marito, e chissà mai se sarà quello giusto; piccole cose, minime. Tramite l’espediente di un matrimonio, di una chiacchierata al bar, di un viaggio, Ozu racconta la danza della vita. Il tè è quasi finito, i due anziani sorridono, e sembrano giovani. Lei agita un ventaglio – la fine estate è particolarmente calda, nelle regioni del Kansai.

Un fotogramma del film Viaggio a Tokyo, 1953

«Ti ricordi la sala da tè?
«Hanayashiki, vuoi dire? Ci andavamo spesso»
«Andavamo a fare lunghe passeggiate. Era così divertente.»
«Già, quei bellissimi paesaggi innevati e la caccia alle lucciole… Ti ricordi quella notte di luna piena?»

«Certo. E’ la notte in cui sono diventata una donna…» 

(idem)

Scopriamo così le loro esistenze, a poco a poco. Scopriamo le mogli, gli amanti, i figli illegittimi. Ozu, completamente alieno da qualsiasi bigottismo, rappresenta una società in cui i rapporti umani sono sempre più complessi; dove i legami familiari vengono meno. Eppure c’è sempre un modo per aggiustare le cose, o almeno accettarle. Anche il dolore, la malattia. O un lutto. Perché anche questo è parte della danza.

Poi, la macchina da presa si posa su una sedia di paglia, una vecchia lampada. Oggetti immobili, come le sue riprese. Oggetti che non sembrano aver bisogno di qualcuno li usi, li riempia, torni a popolarli. Hanno una vita propria, una vita interna che noi non capiamo più. Ma che invece è parte di quella civiltà, che sente il vibrare infinito delle cose. 

E così, piano piano, scopriamo un mondo, un Giappone che non esiste più, un Giappone delicato, lontano sia dall’esotismo fin de siècle, sia dalla modernizzazione forzata. Un Giappone di case in legno e tetti spioventi e ferrovie, uffici bianchi, tralicci dell’alta tensione e giardini incantati dietro ogni finestra. E scopriamo, così, all’improvviso, che si può provare nostalgia per qualcosa che non abbiamo mai visto.

 

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Gabriele Stilli

Gabriele Stilli

24 anni, abita a Pantigliate, paesino minuscolo sperdutissimo tra campi palazzi e papaveri nel sud est milanese: maturità classica, poi laurea in Lettere a Pavia. In tenera età venne stregato da quelle cose che si scrivono andando a capo spesso, e da allora scribacchia poesie. Da molti anni si è rassegnato ad ascrivere la letteratura tra le discipline umanistiche e non al rigoroso ambito delle scienze. Nutre ancora qualche dubbio, però.