La parrucchiera di Kabul: emancipazione tra spazzole e trucchi

La parrucchiera di Kabul

Deborah Rodriguez con le allieve della scuola

Fortunatamente, sono una Lady
Marian del mio tempo.
Ho coscienza,
intelligenza e talento
ma sono destinata a continuare
a vivere
in cattività dietro
le sbarre della prigione della vita
come un uccello in gabbia.

[…]

(versi tratti da una poesia di Farida Alami)

La meravigliosa lirica di Farida Alami funge da Prologo al libro di Deborah Rodriguez: La Parrucchiera di Kabul, da cui ho tratto questi versi iniziali.

La poesia, con la sua potenza evocativa, ha la capacità di sintetizzare in immagini e suoni il dramma delle donne, una storia millenaria di soprusi e sottomissione.

La Parrucchiera di Kabul, scritto con l’amica Kristin Ohlson, è stato pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 2007 ed è diventato subito un best seller, tradotto in Italia nel 2008 da PIEMME editore.

Colpisce molto di questo libro il punto di vista della narrazione: un salone di bellezza, luogo abbastanza inusuale in una terra ancora martoriata dalla guerra e dall’oscurantismo talebano.

L’autrice non è una scrittrice e neppure una letterata, è una parrucchiera, partita come volontaria con una piccola O.n.g., che ci narra con una semplicità disarmante le sue avventure in una terra ostile alle donne.

Riporto brevemente il pezzo in cui ci racconta della presentazione dei nuovi volontari arrivati, tra cui lei:

 …Quindi presentò i membri della squadra a uno a uno: due medici, un infermiere, un dentista, un’ostetrica. Ognuno fu applaudito. Quando toccò a me Allen mi sorrise, come per rassicurarmi che non mi aveva dimenticata. «E infine Debbie Rodriguez» disse « È una parrucchiera di Holland, nel Michigan, e ha seguito un corso d’addestramento…»

Non riuscì a finire la presentazione perché l’intera sala scoppiò nell’applauso più entusiastico della serata. 

IMG_1811Il rumore di quell’applauso sembra di sentirlo, esprime tutta la gioia di vivere di un popolo di donne, sottoposte a condizioni di vita difficilissime, che nella figura della parrucchiera/estetista vedono incarnato il desiderio di un ritorno alla normalità, alla pace.

La cura dell’aspetto esteriore, inteso come “ la stanza tutta per sé “ per dirla con Virginia Woolf, che le donne afghane ritroveranno dentro il Salone e Scuola di Bellezza che Debbie metterà in piedi tra mille peripezie. A darle la forza e il coraggio per andare avanti saranno le risa delle allieve, che in quel luogo, come in un porto franco per tutte le donne, ritrovano la libertà di esprimersi.

Debbie dovrà lottare per convincere mariti e padri a dare il consenso a mogli e figlie per frequentare il corso di estetiste e parrucchiere, perché in Afghanistan e in quasi tutti gli Stati vicini, le donne valgono meno di zero e sono completamente sottomesse agli uomini. Nonostante i talebani siano stati cacciati, poco o nulla è cambiato nei comportamenti sociali e le donne, come sempre in ogni tempo, sono l’anello debole, quelle che pagano il prezzo più alto.

Agli occhi della nostra parrucchiera si prospetta fin da subito una situazione al limite della sussistenza, ma lei dimostra una determinazione e un coraggio che rasentano l’incoscienza.

Dei brividi sottili ci corrono lungo la schiena solo a leggere quali sono le condizioni in cui operano i volontari.

Debbie è una donna curiosa, s’avventura per le strade distrutte e polverose di Kabul, creando non pochi problemi ai suoi compagni più esperti, che temono per la sua incolumità.

A partire dalle otto scattava il coprifuoco, per cui alle sette e mezza cominciava un fuggifuggi generale verso casa.
[…]Ogni mattina la nostra squadra si riuniva per pianificare la giornata e una volta un pezzo grosso… Ci disse che se avessimo visto una nuvola scura a est ci saremmo dovuti rifugiare immediatamente dentro l’ambasciata americana.
[…]Sapevo che i responsabili volevano solo proteggermi, ritenendo che fossi il membro più a rischio per il mio atteggiamento troppo amichevole nei confronti dei locali…

[…] Io non avevo paura né degli afghani né di tutto quello che mi era successo prima di arrivare in Afghanistan. 

Deborah all’epoca ha cinquant’anni, due matrimoni finiti male alle spalle e due figli.

Si è gettata a capo fitto in un’avventura dalle difficoltà impensabili, non può avere paura o almeno non vuole farsi fermare dalla paura, la vita la chiama.

Nel giro di poco tempo stringe amicizia con molte donne afghane, grazie a Roshanna prima e Baseera poi, che le fanno da interpreti, conosce le loro storie dolorosissime e con loro piangerà e riderà, condividendo un sogno comune: la speranza di un futuro migliore.

Le donne afghane hanno tante ferite da curare. Per troppo tempo sono state tenute nelle tenebre e, durante gli anni più cupi, hanno sofferto più di quanto si possa immaginare. Ma adesso le tenebre hanno cominciato a diradarsi e la luce sta tornando a splendere per loro. E il resto del mondo dovrà impegnarsi perché nessuno spenga più questa luce.

Entra in sintonia con l’ambiente al punto da lasciarsi convincere a sposare con un matrimonio combinato, com’è uso in Afghanistan, Sam, un afghano uzbecho più giovane di lei, procuratole dai due amici Roshanna e Daoud: una donna non è nulla senza un uomo al suo fianco e Debbie, che deve combattere per la sua scuola, non può farlo da sola.

Il rapporto con Sam ha toni a tratti comici nella sua profonda drammaticità, dovuta all’incontro tra culture così diverse. Da una storia nata, almeno per Debbie, per convenienza, nasce un vero amore, con tutti i problemi del caso, visto che Sam è sposato con una donna che vive con i suoceri in una zona lontana da Kabul e ha dei figli.

In Afghanistan è normale avere più di una moglie, ma in Occidente non è così, e la nostra simpatica parrucchiera, partita come semplice volontaria, si trova coinvolta in un’esperienza davvero complessa, nella quale la determinazione, il coraggio e l’esuberanza saranno le sue uniche alleate, insieme all’appoggio delle sue allieve.

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Deborah Rodriguez con le allieve a una premiazione

Saranno loro la guida e lo sprone per non vacillare, e sempre loro animeranno questo testo rendendolo simpatico e originale.

Attraverso la selezione delle allieve all’inizio di ogni corso, l’autrice ha modo di parlare delle condizioni di vita di queste ragazze e selezionare le più predisposte sarà il lavoro più doloroso.

Il Salone e la Scuola rappresentano un’opportunità di riscatto e le donne attirate dalla prospettiva dell’indipendenza economica, tenteranno qualunque cosa per essere ammesse.

Ci saranno momenti di tensione, inimicizie tra allieve, le afghane non sono abituate a condividere la giornata con donne che non siano della famiglia.

Debbie deve fare i conti con i pregiudizi, i pettegolezzi, le paure e la repressione, e lo fa con coraggio e incoscienza, amore e pazienza.

In ogni corso che porterà a termine nella Scuola, le allieve, oltre a essere diventate delle ottime professioniste, avranno imparato a fidarsi l’una dell’altra, a riconoscersi come donne e a credere nelle loro possibilità, e tutto questo semplicemente in mezzo a bigodini, phon, trucchi e parrucche.

Il progetto della Scuola è sovvenzionato dal Ministero per la cultura popolare afghano, ma con la crescente crisi economica diminuirà, fino a scomparire, ogni forma di finanziamento.

La parrucchiera di Kabul

Deborah Rodriguez e il marito

Nonostante tutto Debbie e suo marito Sam riusciranno, con sponsor e raccolta di fondi, ad andare avanti, ma non per molto.

L’idea di scrivere questo libro è nata proprio con lo scopo di far conoscere in America l’iniziativa della Scuola di Bellezza, al fine di attirare l’attenzione di probabili finanziatori. Purtroppo la notorietà del libro e il film che ne è stato tratto, hanno prodotto l’effetto contrario.

Deborah Rodriguez dal 2007, dopo la pubblicazione e l’uscita di un film ispirato a questa storia, è dovuta scappare dall’Afghanistan, per proteggere la famiglia, se stessa, le allieve e le clienti.

La scuola era diventata un bersaglio dei kamikaze e lei era perseguitata dallo stesso Stato Afghano, che non approvava il contenuto del libro.

Le ultime pagine sono amare, perché amara è la fine di questa storia.

Deborah è grata all’Afghanistan, nonostante tutto; perché è lì, in mezzo a tutte quelle difficoltà, che ha conosciuto cos’è l’amicizia, l’amore e un nuovo modo di concepire la vita, come scrive alla fine del libro:

Nonostante tutte le brutte cose che sono successe, amo ancora l’Afghanistan. Il mio cuore rimarrà sempre là, indipendentemente da dove vivo, e sono sicura che in nessun altro luogo mi sentirò a casa mia come mi sono sentita in quel paese dal primo momento che vi ho messo piede. Continuerò con tutte le mie forze a richiamare l’attenzione sulle donne afghane e ad aiutarle. E, un giorno, spero di tornare nella mia Kabul dolceamara

Deborah Rodriguez, attualmente vive in Messico, è sempre impegnata ad aiutare le donne afghane e spera sempre di tornare nella sua polverosa Kabul.


Le immagini di questo articolo sono state tratte dal blog Al di là di un libro

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Silvia Leuzzi

Silvia Leuzzi

Ho un diploma magistrale e lavoro come impiegata nella scuola pubblica da oltre vent’anni. Ho 53 anni, sono sposata con due figli, di cui uno gravemente disabile psichico. Attualmente lavoro al liceo Pertini di Ladispoli e sono impegnata in campo sindacale come RSU del liceo. Scrivo per diletto ed ho al mio attivo, pur avendo ripreso questa attività da pochi anni, quattro premi come finalista, un secondo posto per la poesia e una menzione d’onore per la narrativa.
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