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La notte che consacra i film

Stasera verranno assegnati gli Academy Awards, e nessuno sa ancora chi sarà il vincitore della categoria Miglior Film. Stavolta infatti non esiste un vero favorito: tutti i film hanno luci e ombre, e non esiste un capolavoro assoluto che possa avere la strada spianata. Ragione in più per guardarsene, se non tutti, almeno un buon numero: la maggior parte, infatti, sono film che in ogni caso vale la pena vedere.

Birdman, di Alejandro Gonzáles Iñarritu

Si sono fatti i calcoli, metaforicamente e realmente: il giovane studente di Harvard Ben Zauzimer, attraverso calcoli che solo un matematico come lui può capire, l’anno scorso ha azzeccato ben il 75% delle categorie in gara. Stando alle sue previsioni, il vincitore sarebbe Birdman di Alejandro Gonzáles Iñarritu, con una percentuale del 70%. Si tratta di un film sul teatro, sulla popolarità e sull’arte.

Parla di un attore celebre per aver interpretato il supereroe Birdman, il quale decide di dedicarsi al teatro, provare a ripartire da zero per fare qalcosa di davvero artistico, anche se le possibilità di riuscita, vuoi per capacità, vuoi per un mondo artistico atrofizzato e agonizzante, sono scarsissime. Una storia polimorfa, “fumettosa[1]” ma nello stesso tempo molto poetica, che butta sul tavolo pezzi di narrazione irrelati per poi ricomporli con una regia polimorfa e virtuosistica, alternando soggettive, pianisequenza, jump-cut ed effetti speciali di un naturalismo notevole: non ci si rende quasi conto della computer grafica, a differenza della Grande bellezza di Sorrentino[2]. Si tratta di un film che intrattiene un rapporto personalissimo con la realtà, in cui era facile scadere nel già visto con una minima esagerazione nella sceneggiatura: invece la macchina da presa di Iñarritu, con una grande abilità autoriale, trasforma una trama debole in un film compiuto, carico di pathos.

Selma, di Ava DuVernay 

Selma Ava DuVernayMolto classico, ma con poco mordente si rivela[3] Selma di Ava DuVernay, che si adatta bene alla mentalità americana progressista, e potrebbe aver convinto un buon numero di giurati. Selma è la storia del Bloody Sunday e della lotta di Martin Luther King. E fin qui niente male: ci sarebbe da farne un grande classico come quel fantastico Gandhi di Attenborough; ma purtroppo la retorica è dietro l’angolo, e se si insinua in grandi film come Novecento di un gigante come Bertolucci[4], a maggior ragione si può insinuare nel film in questione. 

Non pomposo, ma estremamente politically correct, Selma è comunque un prodotto dignitoso, senza cadute di stile; eppure poco innovativo, con i soliti rallenting per le esplosioni, oppure l’uso di materiale d’epoca e di materiale moderno a tre quarti del film, e il comizio finale. Senza contare che, quando vengono mostrati gli scontri di piazza, la regista finge che le immagini vengano trasmesse in diretta: anacronismo terribilmente evidente. Insomma, un film che nulla aggiunge a quanto non sia già stato intrapreso, soprattutto dopo un film come Mississipi Burning, che mostra una realtà di scontro molto meno edulcorata del nostro Selma.

American Sniper, di Clint Eastwood

American Sniper, clint eastwoodAmerican Sniper è un film “Very Oriana Fallaci Style”, per così dire, di un Clint Eastwood stanco e lontano da capolavori come Million Dollar Baby e Gran Torino. Dopo essersi ammorbidito con Invictus, è come se volesse recuperare e, ricordando a tutti l’importanza degli Stati Uniti in un contesto geopolitico che li vede in difficoltà, Eastwood si divide tra Texas e Iraq conducendoci tra le difficoltà familiari e il dovere di soldato di un bel ragazzotto di provincia. Meno retorico e patriottico di quello che si potrebbe pensare, il film però è incapace di catturare lo spettatore e si configura come film di genere, come un war movie che non si distingue né per particolari scelte tecniche, né per una sceneggiatura particolarmente brillante. Non un autentico disastro, ma stiamo pur sempre parlando del vecchio Clint, e le aspettative[5] erano ben maggiori.

La teoria del tutto e The Imitation Game

The Imitation Game

Benedict Cumberbatch interpreta Alan Turing in The Imitation Game

Molto biasimati sono invece i due film sulla scienza in lizza sia per la categoria Miglior Film, sia per quella di Miglior Attore: stiamo parlando di La teoria del tutto (The Theory of Everiting) di James Marsh, biografia cinematografica del cosmologo Stephen Hawking, e The Imitation Game, film di Morten Tyldum che narra come il matematico Alan Turing riuscì a decifrare il codice Enigma usato dai tedeschi nella seconda guerra mondiale. Ad aprire il fuoco è la rivista Nature, che accusa i due film di riservare un ruolo marginale alla scienza, e di ripetere i triti cliché sul genio sregolato, sul matematico eccentrico e autistico.

Premesso che la libertà dell’autore dovrebbe essere fuori discussione, non ci si stupisce se il regista è stato attratto maggiormente dalla vicenda personale di Stephen Hawking, malato di atrofia muscolare progressiva dall’età di 13 anni, costretto ad una paralisi quasi totale, eppure dotato di una tempra eccezionale, al punto da diventare uno dei più grandi scienziati del nostro tempo. Ciò non esime La teoria del tutto da critiche: ambientato in gran parte a Cambridge, non si lascia scappare l’occasione per scene “cartolina”, per una bella veduta della cappella del King’s College o del Bridge of Sights. Inoltre, il regista mostra spesso l’eroe impegnato a scrivere lunghe file di numeri incomprensibili (e forse inventati); cerca sempre, quando proprio non può fare a meno di parlare di scienza, di semplificare i discorsi e renderli potabili anche per un pubblico non specializzato. Ma, a parte queste ingenuità, il film presenta un certo rigore nella sceneggiatura, niente scene esagerate, “americane”; qualche accenno melodrammatico ma comunque superabile.

Per questo ci si stupisce che The Imitation Game sia stato criticato addirittura di più rispetto al suo concorrente: il regista è stato accusato di non seguire i fatti storici, cosa vera solo in parte, come il regista spiega. Maggiormente introflesso rispetto alla Teoria del tutto, è una pellicola asciutta, austera, registicamente ineccepibile. Vicino allo stile di Ivory, ma di gran lunga meno estetizzante, ad un italiano ricorda parecchio I ragazzi di via Panisperna di Gianni Amelio, oppure il film sulla sparizione dell’economista Caffè di Fabio Rosi, L’ultima lezione. E un Benedict Cumberbatch in ottima forma. Certo, ci sono alcuni errori storici, imprecisioni un’interpretazione di Turing come una persona introversa e scontrosa, mentre dicono fosse tutto l’opposto. Eppure, non so dire perché, forse per merito di questa regia estremamente sobria, dai colori finalmente decenti e dal ritmo calibrato, è un film che mi ha totalmente affascinato.

Whiplash, di Damien Chazelle 

whiplashArriviamo ora a un film passato in sordina, e che invece potrebbe essere una rivelazione: Whiplash, l’impeccabile (registicamente parlando) film musicale di Damien Chazelle. Avete presente il sergente di Full Metal Jaket? Ecco, il professor Fletcher è esattamente il suo fratello gemello. Interessante notare come molti dei film in gara parlino di ragazzi o giovani uomini e dei loro sogni e della fatica con cui sono riusciti a realizzarli. Ma nessuno è concentrato sul rapporto maestro e allievo fino a farne il fulcro della storia, come avviene invece in questo film. Siamo in una importante scuola di musica di New York, e Andrew è un giovane batterista di grande talento che vorrebbe sfondare, e si trova davanti a questa specie di sergente Hartman che lo tratta come il povero soldato Biancaneve, ma lui non si perde d’animo.

Una trama deboluccia che sta in piedi grazie ad un J. K. Simmons splendido (anche se in un ruolo stereotipato) e ad un montaggio veramente ottimo, che fa passare in un soffio le due ore del film e supporta perfettamente le massicce dosi di musica jazz che vengono iniettate a piene mani dal regista. Difetto più evidente: Damien Chazelle, pur essendo un ex batterista, non è in grado di mostrare la bravura di un musicista se non attraverso il sudore, la forza delle braccia e lo snocciolare un virtuosismo dietro l’altro. Cioè il modo tipico del cinema di mostrare l’arte e la musica. Peccato.

Grand Budapest Hotel, di Wes Anderson

Grand Budapest Hotel, Wes Anderson

Grand Budapest Hotel e i suoi colori incredibili

Grand Budapest Hotel è tutta un’altra storia. Non si può dire che non colpisca. I colori allucinati e fortissimi sono il biglietto da visita del film. Sembra una di quelle torte coperte di glassa, piene di colori, che quasi sembrano impossibili da mangiare. Le ombre non esistono, e la regia si sforza in ogni modo di essere antinaturalistica, al punto da usare fondali evidentemente falsi, citando Meliès e Ferdinand Zécca proprio all’inizio del film. Anche i personaggi sono decisamente fuori dalle righe, come il padrone del Grand Budapest Hotel, a cui dà il volto un ottimo Ralph Fiennes, e il suo Lobby boy (nella versione italiana terribilmente tradotto con “garzoncello”) che si trovano gettati in una serie di rocambolesche avventure, come i personaggi del Candido di Voltaire, di cui però non sa riprendere la leggerezza, purtroppo.

Insomma, sforzandomi di arrivare fino alla fine e reprimere le mie idiosincrasie riguardo questo tipo di regia, sono arrivato alla conclusione che si possa apprezzare lo sperimentalismo e la grande ironia che pervade il film, facendone una apologia della narrazione disimpegnata e fine a se stessa. In ogni caso Grand Budapest Hotel è un film dichiaratamente non “da Oscar”, un autentico “anti-capolavoro”. Ma proprio per questo, se fosse scelto sarebbe comunque una piacevole sorpresa.

Infine, il grande Boyhood

locandina del film Boyhood

Chiude la scena quello che fino a pochi giorni fa sembrava il grande favorito: Boyhood di Richard Linklater, un cantiere durato ben 12 anni, che si prefigge di raccontare la crescita di un bambino fino ai vent’anni, mostrando davvero il suo cambiamento senza ricorrere a controfigure o al trucco: un’estremizzazione di quello che già fece Truffaut col prediletto Jean-Pierre-Leaud che seguì in tutta la sua crescita, dal celeberrimo I quattrocento colpi, fino ad Effetto Notte e L’amore fugge.

L’impresa colossale, di un cast determinatissimo e di un regista ancora più determinato basterebbe di per sé a consegnare il film alla Storia. In realtà condensare dodici anni di vita (per quanto la trama sia pura finzione) in tre ore, dilazionando i tempi delle riprese in maniera tanto incredibile, provoca alcuni problemi. Ci sono problemi tecnici scusabili, come orologi che nella stessa scena cambiano ora, o pettinature diverse: se non ci fossero i giornalisti a fare le pulci, non se ne accorgerebbe nessuno, compreso il sottoscritto.

Forse l’unico neo riguarda il tratteggio dei personaggi: un’impresa di questo genere non può soffermarsi sulla caratterizzazione, si ferma per forza in superficie. L’attenzione è tutta concentrata sui corpi, sul mutare dei corpi che crescono, maturano, cambiano. Ma, esattamente come accade ne La vita di Adele di Kechiche, attraverso i corpi si scopre la personalità, e i corpi ci rendono un po’ di quello che sta dentro di essi.

E questo fa sì che Boyhood sia un film spettacolare, che si guarda e non si crede che sia stato possibile fare un film così bello. E poi ci si chiede subito dopo: ma cosa lo rende “bello”? Non abbiamo né un capolavoro di trama, né una sceneggiatura che colpisca in maniera particolare, seppure sia assolutamente curata; la regia. Ecco, senza un virtuosismo (esattamente il contrario di Birdman) Linklater ci conduce per dodici anni di vita degli Stati Uniti d’America senza alcuna retorica, senza alcuna cartolina, solo con gli occhi di una famiglia, di due ragazzi. E ci si dimentica quasi che sono attori. Non è esattamente quella grande capacità di disegnare i personaggi qualunque, quella capacità che stava nelle mani di Rossellini e Monicelli, ma vediamo una scelta che va in quella direzione, quando il cinema diventa la realtà stessa, e lo si fa giorno per giorno senza scaletta, perché là fuori c’è un mondo intero da filmare.
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Gabriele Stilli

Gabriele Stilli

24 anni, abita a Pantigliate, paesino minuscolo sperdutissimo tra campi palazzi e papaveri nel sud est milanese: maturità classica, poi laurea in Lettere a Pavia. In tenera età venne stregato da quelle cose che si scrivono andando a capo spesso, e da allora scribacchia poesie. Da molti anni si è rassegnato ad ascrivere la letteratura tra le discipline umanistiche e non al rigoroso ambito delle scienze. Nutre ancora qualche dubbio, però.