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La morte di Giuda

Giotto, Bacio di Giuda, 1304-1306

Giotto, Bacio di Giuda, 1304-1306

Poche cose al mondo sono più note dell’antefatto di questa storia. Circa duemila anni fa, fuori dalle mura di Gerusalemme, “un uomo venne inchiodato a un palo per avere detto che sarebbe stato molto bello cambiare il modo di vivere e cominciare a volersi bene gli uni con gli altri”[1]. Le fonti storiche atte a fornirci un qualche frammento della vita di quest’uomo, che si chiamava Gesù e veniva da Nazareth, non sono molte, ma ce ne sono quattro che brillano per estensione e abbondanza di dettagli, sebbene non proprio per accuratezza: quattro testi redatti in lingua greca in un lasso di tempo che va circa dal 65 al 110, da quattro anonimi autori che solo un secolo più tardi sarebbero stati identificati con personaggi che avevano vissuto a diretto contatto con l’uomo e con i suoi insegnamenti[2]. Per esigenze di brevità daremo per scontata la conoscenza di tutto questo; la storia su cui andremo a concentrare la nostra attenzione, invece, è un’altra, ed è la storia della morte dell’uomo che, secondo la tradizione, fece morire quest’uomo.

I Vangeli canonici sono assai parchi d’informazioni su Giuda Iscariota[3]. La prima volta che il suo nome compare al loro interno è quando Marco – l’autore del più antico dei quattro libri – ci dà la lista completa dei dodici discepoli chiamati espressamente da Gesù perché “stessero con lui, e per inviarli a proclamare, con il potere di cacciare i demoni”[4]; il nome di Giuda vi compare per ultimo, accompagnato dalla precisazione “lo stesso che lo consegnò”. Sin dalla prima menzione che si fa del suo nome, Giuda porta con sé il marchio del traditore. Come gli altri è chiamato da Gesù per partecipare dei suoi insegnamenti, come gli altri riceve il potere di cacciare i demoni, ma a differenza di quanto accade con gli altri, ogni possibilità di suspense riguardo al ruolo che ricoprirà negli eventi che seguiranno ci viene spietatamente preclusa. È come leggere un romanzo di Agatha Christie e sentir presentare, che so, il dottore come “quello che poi uccise tutti gli altri”. Non è carino.

Cimabue, Il bacio di Giuda

Cimabue, Il bacio di Giuda

Il motivo di tanta ostilità, comunque, è chiaro a chiunque conosca il resto della storia. L’ingresso di Gesù a Gerusalemme, l’ultima cena, l’arresto nel giardino di Getsemani. Giuda, nella versione dei fatti fornita dai Vangeli, si rende responsabile di un’azione infame: consegna un innocente ai suoi nemici, per giunta suggellando il proprio tradimento con il più amorevole dei gesti. L’episodio del bacio di Giuda possiede una carica simbolica pazzesca, è un atto che riassume in mezza riga di testo tutta la perfidia di chi lo compie. Quel che Giuda ha fatto, anche solo da un punto di vista squisitamente profano, è ripugnante: ha consegnato alla morte un maestro, un amico, un innocente. E, per di più, solo perché… perché…

Eh. Perché?

Qui, signori miei, cominciano i problemi, perché per quanto possa sembrarvi sorprendente noi non sappiamo per quale motivo Giuda abbia deciso di tradire il suo amico e maestro. Matteo sembra motivare il suo gesto con l’avidità di denaro, Marco non fornisce motivazione alcuna: ad un tratto, dopo il curioso episodio dell’unzione di Betania[5], dice semplicemente che “Giuda Iscariota, uno dei Dodici, andò dai capi dei sacerdoti per consegnarlo a loro.[6] Luca va oltre, facendo dell’Iscariota una specie di burattino nelle mani delle forze del Male: “Satana entrò in Giuda, chiamato Iscariota, che era uno dei Dodici. E andò a parlare con i capi dei sacerdoti e i prefetti sul modo di consegnarlo loro.” [7] Giovanni infine, che come al solito è un bambino molto speciale, porta tutta la faccenda su un diverso livello. Del fatto che Giuda decida di tradire Gesù non si parla fino al momento dell’ultima cena, quando il tradimento viene effettivamente consumato, ma qui, ancor più che in Luca, l’Iscariota sembra quasi spogliarsi della propria veste umana: è una pedina in un gioco più grande di lui, un gioco che Gesù conosce perfettamente e che, anzi, è lui a comandare, all’insaputa dello stesso Giuda[8].

In ogni caso, quali che fossero le sue motivazioni, il nostro uomo percorse fino in fondo la propria strada. Troppo in fondo, se vogliamo credere a ciò che uno dei quattro evangelisti, Matteo, ci racconta su ciò che accadde dopo che Gesù fu consegnato nelle mani, invero poco delicate, del prefetto romano in Giudea. Del destino di Giuda nessuno degli altri tre autori sembra darsi pensiero: è solo Matteo, quello che sembrava aver posto l’avidità alla radice del tradimento, che ci dice qualcosa in più sul resto della storia.

Nel racconto di Matteo, l’Iscariota non riesce a godere a lungo dei trenta soldi d’argento che il suo delitto gli ha fatto piovere in saccoccia. “[…] preso da rimorso,” racconta l’evangelista “riportò le trenta monete d’argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, dicendo: «Ho peccato per aver consegnato sangue innocente». Ma quelli dissero: «A noi che importa? Veditela tu!» Ed egli, gettate le monete d’argento nel santuario, si ritirò e andò a impiccarsi.”[9] Quei soldi maledetti, però, non sono buoni neanche per le elemosine: vista la loro provenienza, i sacerdoti non vogliono riprenderseli. Così, “tenuto consiglio, comprarono con essi il campo del vasaio per seppellirvi gli stranieri. Per questo quel campo è stato chiamato «Campo di sangue», fino ad oggi.[10]” 

Questo resoconto, stringato com’è, non pone tuttavia problemi di eccessiva complessità. È chiaro, dice tutto quel che c’è da dire e si presenta come un quadro storicamente plausibile. Qualche dubbio sulla sua attendibilità resta comunque, soprattutto a causa del vizio che ha Matteo di “aggiustare” gli episodi che racconta per farli corrispondere a quanto profetizzato in altri libri della Bibbia. Qui, per esempio, il suo commento è che “si adempì ciò che era stato detto per mezzo del profeta Geremia, quando disse: «E presero le trenta monete d’argento, il prezzo fatto dai figli d’Israele per colui che fu venduto, e le diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore»”[11]. La citazione, in realtà, combina tra loro diversi passi del libro del profeta Geremia aggiungendovene uno tratto da Zaccaria, ma il senso è chiaro; e il sospetto che Matteo si sia inventato la storia della morte di Giuda per dimostrare che gli antichi profeti ci avevano azzeccato rimane per noi molto forte[12].

Giotto, Cappella degli Scrovegni, Il tradimento di Giuda, 1306

Giotto, Cappella degli Scrovegni, Il tradimento di Giuda, 1306

Il problema dell’attendibilità storica di Matteo, comunque, non era cosa che impensierisse i suoi primi lettori. La grande maggioranza dei cristiani dei primi secoli si fidò ciecamente di lui, tanto da riservare al suo testo l’onore di essere incluso nel canone del Nuovo Testamento quando, qualche secolo più tardi, esso venne codificato[13]. Un uguale onore toccò in sorte anche a un altro testo, opera di un autore che, chiunque sia stato, è lo stesso cui dobbiamo la stesura del Vangelo di Luca: gli Atti degli Apostoli. Gli Atti si presentano come una specie di sequel dei racconti evangelici, e raccontano al lettore curioso quel che accadde dopo l’ascensione di Gesù al cielo; ad essi dobbiamo molte preziose informazioni sulla diffusione del Cristianesimo nel periodo immediatamente successivo alla morte del suo ispiratore, sebbene, dal punto di vista della verosimiglianza storica, presentino i medesimi problemi dei Vangeli.

Ora, proprio all’inizio del libro l’autore fa un’affermazione interessante: ci dice che, poco dopo l’Ascensione, l’apostolo Pietro avrebbe indetto una riunione dei discepoli. Scopo del ritrovo era l’elezione di un nuovo apostolo, resa necessaria dal fatto che, se Gesù aveva fissato a dodici il numero dei suoi compagni più intimi, quel guastafeste di Giuda aveva rovinato tutto appendendosi per il collo. O meglio: questo è quello che avrebbe raccontato Matteo. Il nostro autore, invece, sembra aver sentito parlare di una storia diversa.

Giuda comprò un pezzo di terra con i proventi del suo delitto, e poi precipitando in avanti si squarciò in mezzo e si sparsero fuori tutte le sue viscere. La cosa è divenuta così nota a tutti gli abitanti di Gerusalemme, che quel terreno è stato chiamato nella loro lingua Akeldamà, cioè Campo di sangue[14].

A meno che non si voglia risolvere il problema dell’attribuzione del libro degli Atti assegnandolo a un giovanissimo Quentin Tarantino, bisogna ammettere che è un racconto spiazzante. Le differenze con il Vangelo di Matteo sono palesi: del pentimento di Giuda qui non c’è traccia, anzi, il vigliacco pensa bene di godersi il frutto del tradimento scialandosela da proprietario terriero. E che dire, poi, della morte in sé? L’espressione usata dall’autore è sibillina: che cosa vuol dire che Giuda “si squarciò nel mezzo”? Cadde semplicemente in avanti e le sue budella si sparsero al suolo? Bella sfiga, non c’è che dire. Di fatto, comunque, l’unica cosa che accomuna questa versione della storia a quella raccontata da Matteo è il dettaglio dell’Akeldamà[15], il campo di sangue che, però, nel primo caso si chiama così perché acquistato con il “prezzo del sangue”, nel secondo perché, effettivamente, la sua terra è intrisa del sangue dell’acquirente.

Luca Giordano, Il bacio di Giuda, 1307

Luca Giordano, Il bacio di Giuda, 1307

Le sorprese, tuttavia, non finiscono qui, perché a spolverare cacao su questa torta di dubbi intervenne, nei primissimi anni del II secolo, il signor Papia di Hierapolis. Vescovo di una bellissima città della Turchia nota per i bagni termali, Papia fu autore di un’opera in cinque libri che, se escludiamo una manciata di frammenti, è per noi oggi interamente perduta: l’Esposizione dei detti del Signore. Da un certo punto di vista bisogna dire che è un bene che i cinque libri non siano più in nostro possesso, perché se gli studiosi si fossero scannati sull’opera intera con lo stesso fervore col quale hanno dibattuto le poche righe che ce ne sono pervenute sarebbe di certo finita a sassate. Il problema però è reale, perché i frammenti di Papia vanno trattati con più d’una riserva. Vengono citati da altri autori cristiani, spesso decisamente tendenziosi, in modo scarno e sovente incompleto, e sebbene Papia dichiari con insistenza di essersi rifatto a testimonianze orali di personaggi autorevoli, alcune delle sue affermazioni sono così bizzarre da farci ritenere che a tratti, più che uno storico rigoroso, fosse una specie di sensazionalista abbonato a Novella 102 d.C..

Quale che sia il valore della sua testimonianza, tuttavia, anche il vescovo di Hierapolis volle dire la sua sulla morte dell’Iscariota.

Come grande esempio di empietà si aggirò Giuda in questo mondo, a tal punto gonfiato nella carne che neppure dove un carro passa facilmente, lui non riusciva a passare, anzi nemmeno la sola massa della testa. Si dice infatti che le palpebre dei suoi occhi si erano tanto gonfiate che lui non vedeva assolutamente più la luce, e che non si potevano vedere i suoi occhi neppure con l’aiuto di una sonda da medico; tanto si erano infossati lontano dalla superficie esterna visibile. Il suo membro virile poi appariva più ributtante e più grosso di qualunque indecenza; era attraversato dagli umori putridi che si raccoglievano scorrendo da tutto il corpo, e da vermi, che lo tormentavano già solo a causa dei bisogni naturali. E una volta che fu morto, dopo molti tormenti e pene, su di un terreno che – dicono – gli apparteneva, appunto questo terreno è rimasto sinora deserto e disabitato a causa del puzzo, anzi fino a oggi nessuno può nemmeno passare da quel posto, se non si tura il naso con le mani.”[16]

Duccio di Buoninsegna, Tradimento di Giuda, 1311

Duccio di Buoninsegna, Tradimento di Giuda, 1311

Curioso è il motivo ricorrente del campo appartenuto a Giuda. Ma per il resto, non stupisce più di tanto che nessuno studioso abbia voluto prendere per buona la storia di Papia, preferendo invece ravvisare in essa il punto d’arrivo di un gioco al telefono senza fili durato quasi un secolo[17].

La morte di Giuda, a mio parere, è uno dei quesiti più affascinanti che vengano sollevati dai Vangeli, ma non tutti sembrano pensarla così. Di fronte alle discrepanze – numerosissime – presenti nei testi del Nuovo Testamento, i più fanatici tra i cristiani hanno due tipi di atteggiamenti: cercano di armonizzarle tra loro oppure, ciecamente, ne negano l’esistenza. Entrambi gli atteggiamenti producono il più delle volte risultati grotteschi. Intorno alla morte dell’Iscariota, per esempio, si afferma che s’impiccò (come dice Matteo) e che poi il corpo putrefatto si squarciò nel mezzo facendone uscire gli intestini (come dice Luca, che è anche autore degli Atti). Per carità, è possibile. Ma secondo questo modo di vedere le cose, Luca sarebbe stato il tipo d’uomo che, per descrivere la morte di Luigi XVI di Francia, avrebbe detto che “camminando un giorno in Place de la Révolution, la testa gli si staccò dal busto”.

Personalmente, ho troppa stima di Luca per attribuirgli un simile modo di procedere, e ho troppa stima di me stesso per far finta di non vedere che i Vangeli sono, tra loro, molto diversi. Condivido in pieno l’approccio che cerca di vedere in essi, più che il prodotto di quattro menti misteriosamente ispirate da Dio allo stesso modo, quattro testi profondamente radicati nelle vicende storiche dell’epoca che li produsse. Che cosa spinse Matteo a descrivere in quel modo la morte di Giuda? Fu davvero lui a inventarla per fare un favore agli antichi profeti? E che dire di Luca, col suo Giuda che “si squarcia nel mezzo”? E di Papia, col suo Giuda idropico? La verità su questa storia, probabilmente, non la sapremo mai, ma a parte l’interesse sulla verità dei fatti, temo che forse, se la conoscessimo, potremmo trovarla banale. In fondo, magari, Giuda morì tranquillamente nel proprio letto. Magari fu ucciso da qualcuno che voleva vendicare in lui la morte del Figlio di Dio, o magari, se vogliamo prestar fede ad alcuni Vangeli apocrifi, Giuda non fu nemmeno autore del tradimento che consegnò Gesù alla croce. Noi non possiamo saperlo. Ma finché le cose stanno così, finché non arriveranno altre fonti a sciogliere il nodo dei nostri dubbi mi chiedo: rinunceremmo davvero, in cambio della verità sulla morte di un povero disgraziato vissuto due millenni fa, al mistero di una storia così affascinante?


Il testo di riferimento per questo articolo è Bart D. Ehrman, “Il vangelo del traditore” – Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano, 2010. L’autore, che unisce competenza e onestà intellettuale a una grande piacevolezza espositiva, raccoglie nel libro le analisi di tutte le testimonianze storiche che ci siano giunte sulla figura di Giuda, oltre a mostrare come la figura dell’Iscariota sia stata trattata in un particolare Vangelo gnostico a lui dedicato, il cosiddetto “Vangelo di Giuda”.

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Federico Franchin

Federico Franchin

È nato a Monza nel 1991 e da allora vive a Senago, nel Milanese. Cresciuto in mezzo ai libri, ha una spiccata tendenza ad interessarsi a scrittori e musicisti giudicati minori o semisconosciuti, convinto com'è che anche a loro faccia piacere sentir pronunciare il proprio nome, ogni tanto.