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L’isola che c’è

44 x 54,5 cm; Amsterdam, ca 1670;

La ricerca di Sofia – Parte V

Prosegue il nostro percorso di esplorazione del pensiero filosofico: questa volta il nostro Simone Coletto ci parlerà di un pensatore cruciale per lo sviluppo della filosofia moderna: Immanuel Kant. Qui la puntata precedente

Se si dovesse racchiudere il senso del progetto epistemologico kantiano in una battuta si potrebbe dire che egli cerca di fondare soggettivamente[1] l’oggettività della conoscenza. Certo, ogni battuta, per quanto azzeccata possa essere, non riesce mai ad esaurire un complesso di questioni. Tuttavia ci piace provare a partire da questa definizione assolutamente “non-esplicativa” per tracciare un affresco del sistema kantiano. Intanto due parole su questo termine: “sistema”.

Il suo utilizzo non è casuale. La filosofia tedesca del Settecento e soprattutto dell’inizio dell’Ottocento mira al Sistema: all’esaustiva organizzazione razionale del reale, nella convinzione, come si esprimerà Hegel, che «il reale è razionale e il razionale è reale». Questa affermazione non è soltanto frutto di uno smaccato ottimismo metafisico, come potrebbe pensare qualcuno. È la convinzione profonda che la condizione di possibilità essenziale per una comprensione del reale sia la sostanziale razionalità del mondo. In altre parole: se il mondo non fosse razionale non sarebbe possibile parlarne razionalmente e, poiché non esiste altra forma di sapere che non sia razionale, non sarebbe possibile conoscerlo.

Immanuel Kant

Immanuel Kant

Ma cosa significa conoscere il mondo? O meglio, cosa significa formulare una conoscenza oggettiva del mondo? Abbiamo detto che Kant tenta di fondare soggettivamente l’oggettività. Questo fine ossimorico poggia le proprie pretese sulla peculiare concezione del processo conoscitivo che ha Kant.

Ma sbaglierebbe chi volesse sostenere che l’intenzione del nostro sia di ripercorrere fisiologicamente (à la Locke o Hume) il processo cognitivo che guida l’uomo a formulare delle conoscenze sul mondo. Un siffatto progetto naufragherebbe in una sterile polemica che contrappone i sostenitori dell’innatismo e gli empiristi[2] .

Perciò egli non indaga tanto il processo conoscitivo in quanto tale, quanto piuttosto i limiti della conoscenza. Ovviamente, ed è questa la ragione che induce Kant a indagare il procedimento attraverso cui formuliamo “giudizi” sul mondo, parlare di limiti della conoscenza implica soffermarsi sulle modalità attraverso cui acquisiamo una conoscenza. Per farlo, però, è prioritario capire cosa sia una conoscenza.

Ora, il fulcro dell’idea kantiana è che il nostro rapporto con il mondo non è un rapporto immediato. Quando noi tendiamo verso la realtà che ci circonda (un tendere conoscitivo e pratico), non partiamo mai da una situazione in cui siamo una tabula rasa che progressivamente si riempie (come sosteneva Locke). Esistono invece delle condizioni di possibilità (e il compito del filosofo è quello di indagarle) affinché la nostra relazione con il mondo sia di un certo tipo e non di un altro. Tali condizioni non sono proprie solo del soggetto individuale (non sono “private”), ma universalmente valide, necessarie. Ma perché sia possibile attribuire loro il carattere di universalità e di necessità, ragiona Kant, è di fondamentale importanza evitare un duplice errore. Da una parte pretendere di individuare condizioni di possibilità materiali (o idee innate).

Dovranno essere dunque condizioni formali, cioè in grado di dare “forma” alla nostra relazione con il mondo. Dall’altro sperare di dedurre tali condizioni dall’esperienza. Per essere universali e necessarie – dice Kant – dovranno essere a priori. Basta una scorsa al – per molti versi impegnativo – indice dell’opera dedicata a questo tema (la Critica della ragion pura) per rendersi conto di quanta attenzione l’autore dedica all’indagine di queste peculiari “funzioni” dell’uomo: delle due sezioni (“Dottrina trascendentale degli elementi” e “Dottrina trascendentale del metodo”) la prima, di gran lunga più ponderosa, è occupata unicamente da questa questione.

Ma cosa sono queste condizioni di possibilità dell’esperienza?

Kant le distingue in virtù della loro funzione nel processo conoscitivo: nel caso della sensibilità egli le chiama forme a priori dello spazio e del tempo”, nel caso della logica (cioè la capacità di formulare giudizi, proposizioni del tipo «S è P», «Il gatto del vicino è marrone») “forme a priori dell’intelletto” o “categorie”.

Nomi astrusi, non c’è dubbio. Intanto: cosa vuol dire “a priori”? Poi, perché spazio e tempo dovrebbero essere “forme”? E infine, cosa intendiamo per “categorie”? kant3La risposta a questi quesiti fornisce la spiegazione alla definizione ossimorica del progetto kantiano. Ora, quel che Kant tenta di dirci è che ogni essere umano, quando si relaziona con il mondo, lo fa schermando l’immensa quantità di dati dell’esperienza attraverso due tipologie di “filtri”.

Questi filtri non li impara dall’esperienza stessa (altrimenti sarebbe chiaramente un circolo vizioso: ciò che deve essere filtrato, fornirebbe gli strumenti per essere filtrato), ma li possiede come potenzialità innata (potenzialità! non idea, quindi sostanza), appunto “a priori” rispetto a ogni esperienza. Noi conosciamo l’esistenza e la funzione di tali forme pure non a partire dall’esperienza ma riflettendo sul nostro stesso processo conoscitivo.

Ora, se queste forme a priori di ogni esperienza non ci fossero, l’esperienza stessa sarebbe un ammasso caotico di dati. Ma così evidentemente non è. Quando noi guardiamo la stanza in cui siamo riconosciamo un certo numero di oggetti, che hanno una certa disposizione reciproca e di cui possiamo enunciarne le qualità e i rapporti («Quel tavolo è marrone», «Se il vaso cade si rompe», ecc.).

Questa nostra capacità non è frutto di una semplice relazione con le cose, ma è possibile solo in virtù di una capacità pregressa che non impariamo ma che tuttavia abbiamo: quella di ordinare gli oggetti dell’esperienza secondo modalità spazio-temporali per poi enunciare proprietà secondo modalità proprie del giudizio umano. Non solo, questa capacità è individuale e tuttavia universale. È possibile solo a partire dal soggetto, ma tutti i soggetti hanno la stessa capacità.

Ecco perché fondazione soggettiva dell’oggettività! Perché il punto di partenza è il soggetto con le sue forme a priori, ma tutti i soggetti hanno le medesime forme e dunque ognuno, quando è in grado di fornire prove valide per tutti (quando “esibisce giudizi pubblici”), può formulare un sapere che non è semplice credenza, ma sicura e oggettiva conoscenza.

C’è però un limite, ci dice Kant. Nessuna conoscenza, poiché si rivolge alle cose che ci appaiono (ai fenomeni), può prescindere dall’esperienza. In altre parole le forme a priori, in quanto forme e non sostanze (in questo caso idee a priori) vanno riempite di contenuto e questo lo può dare solo la «sensata esperienza».

Dio, l’anima, l’infinità o eternità del mondo, insomma la metafisica è un terreno che non si può esplorare conoscitivamente e che, qualora si pretendesse di indagare, porterebbe a errori e mistificazioni (quelle che Kant chiama idee della ragione, che nel suo linguaggio significa: ipotesi arbitrarie che non possono trasformarsi in conoscenza oggettiva, ma la cui unica funzione è di essere dei postulati necessari all’agire morale dell’uomo). Non c’è qui dunque fondazione possibile: il conoscibile è l’isola su cui siamo confinati, circondati dal mare della metafisica.

[Q]uesta terra è un’isola, chiusa dalla stessa natura entro confini immutabili. E la terra della verità (nome allettatore!), circondata da un vasto oceano tempestoso, impero proprio dell’apparenza, dove nebbie grosse e ghiacci, prossimi a liquefarsi, danno a ogni istante l’illusione di nuove terre, e, incessantemente ingannando con vane speranze il navigante errabondo in cerca di nuove scoperte, lo traggono in avventure, alle quali egli non sa mai sottrarsi, e delle quali non può mai venire a capo.

(I. Kant, Critica della ragion pura, p. 199, Laterza, 2005).


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Simone Coletto

Simone Coletto

Nato a Milano, classe 1993, laurea in Filosofia presso l’Università degli Studi di Pavia; lettore e appassionato di politica da sempre, ho avvicinato gli studi filosofici sui banchi del liceo (classico) e da lì ho compreso come questa disciplina dia ad ognuno la possibilità di capire e modificare il mondo.