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Hegel: la via dello spirito

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La ricerca di Sofia – Parte VI

Georg Wilhelm Friedrich Hegel nasce a Stoccarda nel 1770. Dopo aver frequentato le scuole locali, si iscrive nel 1788 all’Università di Tubinga dove incontra Hölderlin e Schelling (con i quali si lega in amicizia). Allo scoppio della Rivoluzione francese simpatizza con i rivoluzionari (simpatia che resterà immutata per tutta la vita, al punto che ogni 14 luglio pare brindasse in memoria della presa della Bastiglia). Conclusi gli studi si mantiene come precettore dei figli di un nobile bernese, fino al 1801 quando si trasferisce a Jena.

In questi anni si compie il distacco sia dalla filosofia kantiana (di cui abbiamo parlato nella puntata precedente) sia da Schelling, con cui nel 1807 polemizza nella Fenomenologia dello spirito. Diventato nel 1808 rettore e professore a Norimberga si trasferisce nel 1816 ad Heidelberg, dove pubblica la prima edizione dell’Enciclopedia delle scienze filosofiche. Qui rimane fino al 1818 quando diventa professore di filosofia dell’Università a Berlino. Muore nel 1831, dopo aver editato i Lineamenti di filosofia del diritto (1820) e la seconda (1827) e la terza (1831) edizione dell’Enciclopedia.

Il cammino dello spirito procede, teleologicamente orientato, verso l’autocomprensione razionale di se stesso e cioè – le due espressioni sono equivalenti – verso la comprensione del reale. È a partire da questo presupposto (che può trovare una propria giustificazione, ci dice Hegel, solo al termine del percorso conoscitivo) che il nostro imposta l’intera sua riflessione. Una riflessione durata circa venticinque anni, dalla pubblicazione della Fenomenologia dello spirito alla morte. Anni di grande attività intellettuale, dedicati all’approfondimento e alla definizione del suo sistema.

L’intento programmatico di Hegel è la comprensione razionale della totalità del reale[1]. Non un fine di poco conto, che si può raggiungere soltanto attraverso la riflessione (reflectere: piegarsi all’indietro) sul dato di fatto e l’individuazione della struttura logica ad esso sotteso.

In altri termini: il mondo c’è ed è in un certo modo. O noi rinunciamo a comprenderlo e ci rifugiamo nel misticismo, oppure ce ne facciamo carico e lo conosciamo. Conoscerlo significa però dargli una forma, una sistematizzazione, che non può che essere razionale. In questo processo di continuo abbandono del sapere apparente, la razionalità emerge e si afferma come verità oggettiva.

hegelQuesto è possibile, ma, dice Hegel, solo a condizione che ci si addossi la «fatica del concetto», che si abbandoni ogni requie, ogni rassicurante convinzione. Se la conoscenza avesse una porta, lì vi sarebbe incisa la dantesca massima: «Qui si convien lasciare ogne sospetto; ogne viltà convien che qui sia morta». Un percorso tortuoso, quindi, fatto di avanzamenti e arretramenti, sempre disseminato dal dubbio. «In questo itinerario – scrive Hegel – [la] coscienza perde la sua verità. Può quindi venir considerato come la via del dubbio o, più propriamente, la via della disperazione».

Ma il sapere apparente a cui la coscienza dubbiosa va incontro (o il soggetto, a voler antropologizzare la dizione hegeliana), non è il «vuoto nulla» dello scettico. Nel pretendere di «scalzare questa o quella verità[3]», affermando l’inconsistenza di ogni sapere, lo scettico si invischia egli stesso in una verità: quella dell’inesistenza di essa. Negare un concetto, ci dice Hegel, ha come presupposto necessario l’affermazione dello stesso: dire «¬A» («non-A») implica affermare prioritariamente «A». Vale anche l’inverso. Citando Spinoza[4]Hegel afferma che «omnis determinatio est negatio», ogni determinazione è una negazione.

Ma se ogni negazione è un’affermazione e di converso ogni affermazione (o determinazione) è una negazione, come poter stare stabili nella verità? Non appena ho affermato «A», infatti, questa verità che io pensavo come fissa e raggiunta definitivamente, scivola come sabbia tra le dita e si converte nel suo opposto necessario: «¬A». Anche «¬A» è vero, al pari di «A» e anzi, proprio dire «¬A» è la condizione necessaria per dire «A» e viceversa.

Proviamo a rendere le cose più semplici e facciamo un esempio.

Io posso dire «La casa di fronte a me è rossa», perché so che «Il rosso non è verde, non è blu, non è marrone, ecc.», che «Di fronte non è di dietro, di fianco, ecc.» che «La casa non è un albero, una macchina, un aereo, ecc.». Se io non avessi la possibilità di riconoscere lidentità di una cosa in relazione alla differenza di quella cosa rispetto a tutto il resto, io non potrei dire nulla (non solo di quella cosa, ma della realtà nel complesso). Di più: invece della realtà io avrei un insieme indistinto, caotico e indescrivibile.

Ma, evidentemente, così non è. Dunque è necessario riconoscere che la condizione di possibilità dell’affermazione «La casa di fronte a me è rossa» è la negazione «Ciò che non sta dietro di me, sopra di me, sotto di me… non è un albero, una macchina, un aereo… e non è verde, non è blu, non è marrone…». Questa specificazione è per noi (e per Hegel) di fondamentale importanza. L’identità dei contrari, la negazione contenuta nell’affermazione, infatti, ci conduce ad una nuova e rivoluzionaria concezione della verità: verità come processo e sapere come ripercorrimento di tale processo[5].georg_wilhelm_friedrich_hegel_by_julius_ludwig_sebbers

Facciamo ordine. Abbiamo detto che ogni affermazione è negazione e che la verità non consiste nell’affermare staticamente l’una o l’altra posizione, ma nel riconoscere l’intrinseca relazione che lega la tesi alla sua antitesi.

Posto così, però, il movimento sembrerebbe un ben strano processo: dalla tesi si passa all’antitesi e dall’antitesi alla tesi, senza per questo esserci mossi di un millimetro.

Ma non è così e la storia della cultura umana ce lo dimostra. La coscienza non può restare nella sterile contrapposizione delle due affermazioni reciprocamente opposte. Nella continua ricerca della verità, è condotta a riconoscere la negazione della prima affermazione come un semplice momento, e a negarla nuovamente. La negazione della negazione (volgarmente chiamata sintesi) non è una riaffermazione di ciò da cui avevamo preso le mosse.

Negare «¬A» non significa semplicemente riaffermare «A». Significa riconoscere la superiore unità che lega «A» a «¬A», superare la contrapposizione, ma mantenendo ciò che di positivo è scaturito dalla contrapposizione. In tedesco esiste una parola per questo movimento ed è Aufhebung: superamento con conservazione.

Ricorriamo ancora una volta ad un esempio, questa volta tratto da Hegel (Enciclopedia delle scienze filosofiche, 1817). L’essere, ciò di cui si può solo dire che è, per essere, deve necessariamente contrapporsi a ciò di cui possiamo dire solo che non-è: al non-essere. Abbiamo qui due proposizioni necessariamente contrapposte ed egualmente vere (e false): «l’essere è» e «il non-essere non è[6]». Ma di ogni cosa noi possiamo legittimamente dire che è e che non è. Dunque come risolvere questa contraddizione?

Nel divenire. L’essere e il non-essere, dice Hegel, si superano nel divenire: nella comprensione dei due elementi primigeni e assolutamente contraddittori di esistenza e non-esistenza. A pensar bene, questo ragionamento che pare tanto astruso, noi lo applichiamo costantemente. Quando affermiamo di una persona che era un bambino e ora non lo è più, cosa stiamo affermando se non che è divenuto, che è mutato?

Questo approccio euristico è tanto più efficace se pensiamo alla storia della cultura (che Hegel chiama spirito). Forzando un po’ il testo hegeliano possiamo affermare che l’uomo, procedendo da un’affermazione sulla realtà («La realtà è idea», Berkeley[7]) alla sua negazione («La realtà è materia», Locke), e da questa, alla negazione della negazione («La realtà è idea che si fa materia», Hegel), riesce a cogliere una verità sempre più comprensiva e onnilaterale. Riesce cioè a comprendere sempre di più la realtà che lo circonda. Una comprensione razionale che, come dicevamo in apertura, è autocomprensione del processo dello spirito, cioè della storia della cultura umana.

Ed eccoci tornati al punto di partenza. Un punto di partenza che, ora che siamo giunti al termine, non è più mera enunciazione di principio. Si rivela, invece, progetto compiuto di sistematizzazione del sapere umano, che non appare più come un mero susseguirsi di dottrine più o meno arbitrarie, ma come tensione latente verso l’afferramento della totalità.

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Simone Coletto

Simone Coletto

Nato a Milano, classe 1993, laurea in Filosofia presso l’Università degli Studi di Pavia; lettore e appassionato di politica da sempre, ho avvicinato gli studi filosofici sui banchi del liceo (classico) e da lì ho compreso come questa disciplina dia ad ognuno la possibilità di capire e modificare il mondo.