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Grey’s Anatomy e l’immaginario collettivo

grey's anatomyInnanzitutto due coordinate spazio-temporali per capire di che cosa stiamo parlando.

Grey’s Anatomy è un medical drama, una (piacevolissima) serie tv americana ideata da Shonda Rhimes, giunta alla sua 14esima stagione.

L’immaginario collettivo è “il complesso del patrimonio collettivo di simboli, miti e rappresentazioni fantastiche, che caratterizzano una civiltà, un periodo storico, un popolo” (Dizionario Repubblica).

Queste rappresentazioni vivono intorno a noi, dentro di noi e con noi. Sono una sottile, invisibile e potentissima trama di piccoli elementi, citazioni, allusioni, testi, immagini che ci mettono in sintonia, che rappresentano tutto il retroterra connotativo che si scatena se si vede, ad esempio, un figuro con un trench beige e una lente di ingrandimento. Si sa già che è un investigatore. Oppure leggendo o sentendo le parole “al mio segnale scatenate…” non è necessario finire la frase che viene già evocata una immagine, una dimensione che supera il mero significato letterale dei termini. Non si tratta più solo una citazione, ma di una allusione che si è diffusa a tal punto da diventare con il tempo un modo di dire, una immagine comune, condivisa, collettiva.

L’immaginario collettivo si nutre di storie. E in mancanza di aedi e rapsodi, nel 2018 le storie si diffondono in maniera mediata e mediatica: con libri, video, social, spot, cartelloni, foto, musiche ecc. L’immaginario collettivo è frutto di scelte individuali che vanno a creare nicchie e micro-nicchie in cui il linguaggio comune è dato dal sostrato culturale quotidiano (con culturale intendiamo cultura “popolare”, il fatto di vivere un hic et nunc), ma anche di scelte culturali individuali dettate dai nostri gusti e dai prodotti culturali disponibili.

La potenza dell’immaginario collettivo supera di gran lunga quella dell’immaginario individuale, perché il primo plasma il secondo e va a definire una parte della nostra identità. È uno strumento potente e va maneggiato con cura e con sapienza, perché nel momento in cui scatta la sospensione dell’incredulità, le nostre barriere mentali si abbassano, per lasciare il posto alla meraviglia dell’immedesimazione. Ecco allora che la potenza psicagogica della parola si fonde con la strabiliante empatia umana e il piacere di ascoltare storie.

Grey’s Anatomy, sotto la veste del drama sentimentale, ha sempre toccato temi scottanti per il suo pubblico (prevalentemente femminile) come: la difficoltà di conciliare lavoro e famiglia, la scelta di rinunciare ai figli per la carriera o il cosiddetto “glass ceiling”.

Oltre alla struttura orizzontale, ovvero la trama in secondo piano che crea continuità, nei singoli episodi sono presenti storyline di estrema attualità. In particolare nella quattordicesima e al momento ultima stagione numerose sono le tematiche sociali che gli autori del programma hanno fatto emergere. Ad esempio nel nono episodio troviamo (spoiler alert!) un nuovo specializzando, il dottor Casey Parker, esperto di informatica e con un passato nell’esercito, che rivela di essere nato donna. Oltre ad essere uno dei primi transessuali in serie televisive, è interessante notare come il personaggio non venga da subito etichettato come trans, ma venga seguito dallo spettatore durante il suo lavoro, come venga valorizzato per i suoi meriti all’interno dell’episodio e solo alla fine si viene a scoprire la sua storia clinica, che viene solo tratteggiata, con delicatezza e rispetto, senza inutili e morbose spettacolarizzazioni. La nascita di questo personaggio non è frutto di serendipica creatività degli autori del programma, ma nasce come reazione al banno del Presidente Donald Trump, che impedirebbe ai transgender di arruolarsi nell’esercito. Non è un caso infatti, che la sceneggiatrice Krista Vernoff abbia impostato il personaggio di Casey come un veterano di guerra transessuale.

Allo stesso modo non è casuale come l’intero episodio successivo sia concentrato su un giovane paziente di appena 12 anni, morto a causa di un poliziotto che, vedendo un ragazzo nero arrampicarsi sulla facciata di una casa in un quartiere chic, decide di sparargli senza neppure sapere che il ragazzo viveva in quella casa e aveva dimenticato le chiavi. Questo mortale incidente non viene presentato come uno sfortunato caso isolato, dal momento che suscita la reazione di un medico dello staff, il dott. Avery, che racconta di essere stato attaccato e ammanettato dalla polizia quando era un bambino, colpevole di stare camminando verso casa e di essere un ragazzo nero residente in un quartiere della upper-class.

Al termine dell’episodio assistiamo a una conversazione tra uno dei personaggi principali (il primario Miranda Bailey) e suo figlio, entrambi dalla pelle nera. Con occhi apprensivi la dott.ssa Bailey spiega dolcemente a Tuck che non dovrà mai reagire, non dovrà mai scappare davanti a un poliziotto. Non dovrà mai giocare con pistole e fucili giocattolo, non dovrà mai rispondere alla polizia anche se i suoi amici bianchi lo stanno facendo, non dovrà dire nulla e non firmare nulla se i suoi genitori non sono presenti.

Grey’s Anatomy manda quindi in onda un episodio interamente concentrato sul tema “Black lives matter”. Mostra i bias[1] del sistema, mostra non solo la tragica fatalità, ma la dolorosa educazione che una madre è costretta a impartire al proprio figlio, spiegandogli cosa fare in caso di incontri con la polizia e ricordandogli sempre che non ha il lusso di potersi comportare come un coetaneo bianco.

Ecco allora che raccontare storie, apparentemente superficiali, di svago, di evasione e di puro entertainment, assume una grande portato valoriale. Non solo vengono affrontati temi di attualità con uno sguardo diverso rispetto alla cronaca di giornali e telegiornali, ma si va anche a lavorare con e sull’immaginario individuale e collettivo, creando legami empatici e rappresentazioni che vanno a incidere sull’identità personale e culturale di una società, inserendosi in una comunità di discorsi e di immagini.

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Ilaria Rossini

Ilaria Rossini

Sono nata in una notte afosa del luglio 1994 a Milano, dove ho sempre vissuto. Sono del cancro con ascendente ariete, che tradotto significa sensibile e testarda. Nonostante (o grazie) alle mie letture astrologiche, sono uscita dal Liceo Ginnasio Classico Berchet. Poi sempre in un afoso giorno di luglio mi sono laureata in Lettere Moderne all’Università Cattolica del Sacro Cuore, con una tesi sulla riscrittura funzionale. Mi piace la comunicazione, dalla sua etimologia in giù. Credo in quel cum munis, cioè nel mettere in comune, nel trasmettere un messaggio, istituendo un rapporto di comprensione e partecipazione con l’altro. Apprezzo tutte le forme in cui fino ad ora si è provato a comunicare: dalla letteratura, al teatro, all’arte, al cinema, alla pubblicità passando per le serie tv, i social e tutte le forme di storytelling. Credo sia per questo motivo che sto studiando Comunicazione per l’impresa, i media e le organizzazioni complesse in Cattolica.
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