Browse By

Come la notizia di un naufragio

Emile Nolde, Autumn Sea VII, 1910, particolare.

Emile Nolde, Autumn Sea VII, 1910, particolare.

Quando, qualche anno fa, feci leggere la prima redazione di un mio racconto a un mio zio, questo, chiosandone la lingua e lo stile, mi suggerì alcuni autori da cui trarre ispirazione, uomini con diverse, a volte opposte, concezioni poetiche, sciorinandomi una serie di titoli tra i quali me ne rimase impresso in mente uno: Le menzogne della notte. Un romanzo di un certo, allora a me ignoto, Gesualdo Bufalino.

Gesualdo chi?

Sì, proprio lui, Gesualdo Bufalino, siciliano, classe 1920, traduttore, insegnante colto, davvero molto colto e timido, venuto su a pane e poesia[1]: Toulet, Virgilio, Rimbaud, Tibullo, Verlaine e Baudelaire (di cui è ancora in commercio una sua splendida traduzione per gli Oscar Mondadori). Insomma, uno spirito acutamente poetico, cangiante e tragico come solo alcuni siciliani, a volte, possono essere.

Ma non vi parlerò delle Menzogne[2], no, mi soffermerò piuttosto sul primo, da molti ritenuto il più importante, passo della sua opera: Diceria dell’Untore, edito da Sellerio nel 1981. Cominciamo leggendo assieme l’incipit:

Gesualdo Bufalino.

Gesualdo Bufalino.

O quando tutte le notti – per pigrizia, per avarizia – ritornavo a sognare lo stesso sogno: una strada color cenere, piatta, che scorre con andamento di fiume fra due muri più alti della statura di un uomo; poi si rompe, strapiomba sul vuoto. Qui sporgendomi da una balconata di tufo, non trapela rumore o barlume, ma mi sorprende un ribrezzo di pozzo, e con esso l’estasi che solo un irrisorio pedaggio rimanga a separarmi… Da che?  Non mi stancavo di domandarmelo, senza però che bastasse l’impazienza a svegliarmi; […]

(Gesualdo Bufalino, Diceria dell’Untore, Bompiani, Milano, 2015 (1981), cit. p. 7)

In poche righe si schiude, davanti i nostri occhi avidi, pur rimanendo nell’ombra, celato, lo spirito, l’idea di finzione, di barocco macabro, svogliato che trasuda ogni singola pagina di questo suo romanzo d’esordio, un esordio tardivo e forzato (fu Elvira Sellerio ad insistere che lui pubblicasse), un’opera meditata e riscritta per circa un decennio.

Un racconto che si svolge seguendo la consunzione dei suoi protagonisti, vere maschere tragiche intrappolate fuori dalla corrente della vita, reclusi in un isola individuata in un sanatorio, la Rocca, sito nella valle palermitana della Conca d’Oro: il protagonista, l’autore stesso, non è mai ricordato per nome, lui untore, lui sopravvissuto alle tragedie individuali degli altri malati.

Lui colpevole.

Quasi come il soldato disertore, colui che manca all’appello, quell’appello di morte verso cui tutti, rassegnati, scivolavano, provando, spesso, un senso di serenità, quasi normalità nel sapersi uniti verso un’unica falce. E alla quale più volte si riferirà.

Così ricorderà più avanti, verso l’epilogo, quando riacquisirà la vera normalità di ogni giorno, libero dalle catene di una morte imminente:1588-3

M’aspettava una vita nuda, uno zero di giorni previsti, senza una brace né un grido. Uscire mi toccava dalla cruna dell’individuo per essere uno dei tanti della strada, che amministrano umanamente la loro piccola saviezza d’alito e d’anni. Ma, allo stesso modo dell’istrione in ritiro che ripone nel guardaroba i corredi sanguinosi di un Riccardo o di un Cesare, io avrei serbato i miei coturni, e le tirate al proscenio dell’eroe che avevo presunto di essere, in un angolo della memoria.

(Op. cit. p. 133)

Dunque la liberazione da un male, l’essere scagionato si riduce ad essere per Bufalino, tra le altre cose, la prosecuzione di una colpa, o meglio del ricordo di quella, alla quale si aggiunge una grigia sequela di atti anonimi, che nulla spartiscono con la placida, spesso gaudente atmosfera tragica che aveva guidato i suoi atti, il suo folle amore per una donna come lui malata, tra le calde e sterili mura della Rocca.

Una dimensione di appiattimento, quasi d’ingranaggio, che possiamo riconoscere in una miriadi di romanzi, principalmente stranieri, e che in Bufalino scompaiono in un hic et nunc drammatico ma compiaciuto, in un gioco che solo a tratti ricorda La montagna Incantata di Thomas Mann, che prende sottobraccio, anche se da lontano, la Recherche proustiana.

Trionfo della Morte, particolare, Palermo. Più volte citato nel corso del romanzo.

Trionfo della Morte, particolare, Palermo. Più volte citato nel corso del romanzo.

Il nostro autore, a differenza dell’amico Sciascia, così teso a raccontare e dipanare la corruzione e la politica siciliana del secolo scorso, si accontenta infatti del suo tragico cantuccio, di molti profondi sentimenti che attanagliano, in un reflusso continuo, la sua mente, giocando a nascondino tra le ombre.

La sua arma è la lingua, una lingua fortemente letteraria e preziosa (anche se lontana dalle ricerche del precedente Gadda), una lingua poetica che si nutre di figure retoriche e spostamenti, di giochi ritmici spesso azzardati e pure riusciti ma che fugge la chiarezza.

Bufalino rimane ambiguo, dice troppo ma non racconta tutto, dirige la luce, come ogni bravo scrittore (o pittore) solo su ciò che gli interessa: in questo caso si tratta di una diceria, una chiacchiera di poco conto che non sarebbe dovuta pervenire negli annali della letteratura italiana eppure è lì e si rivela a noi “come la notizia di un naufragio, in una vecchia bottiglia, a un solitario guardiano di faro”[3], un frutto che si scioglie subito in bocca ma che ci strega con la sua ricchissima, amara, artificiosità, che si lascia ammirare come il trofeo su un piedistallo al centro di un palcoscenico rubato alle ombre.

Print Friendly, PDF & Email
The following two tabs change content below.
Salvatore Ciaccio

Salvatore Ciaccio

Nato a Sciacca in provincia di Agrigento nel 1993, ho frequentato il Liceo Classico nella mia città natale per poi proseguire gli studi a Pavia, dove mi sono laureato in Lettere Moderne con una tesi dedicata all'architettura normanna in Sicilia.