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Federigo Tozzi: l’inspiegabile

Ambrogio Lorenzetti, Effetti del buon governo sulla città e sulla campagna, 1338-39 (particolare) federigo tozzi

Ambrogio Lorenzetti, Effetti del buon governo sulla città e sulla campagna, 1338-39 (particolare)

Per molto tempo Federigo Tozzi è stato per me un illustre sconosciuto; poi è diventato un nome ripetuto alcune volte nelle sale universitarie, e infine si è materializzato in un libro di seconda mano, su una bancarella: Bestie. Non mi ricordo che festa di paese era, mi ricordo che l’ho preso, ho letto qualche pagina. Ah, però. Hai capito questo Tozzi. Paghi, e te ne vai con il libro in mano. Sottile sottile, al limitare tra prosa poetica e racconto, non si sa nemmeno come definirlo.

Romanzo non è, non vi è una vicenda vera e propria; nemmeno racconto, in quanto si tratta di varie prose giustapposte l’una all’altra, le quali, lette tutte insieme, danno vita ad un quadro. Non è dunque la trama su cui dobbiamo soffermarci: se lo leggessimo per quello, ne rimarremmo delusi. E’ il mondo di cose che nasce dalle parole di Tozzi, ciò che dobbiamo cercare: sono le ampie descrizioni, le parole esatte, la capacità di scolpire la pagina, di estrarre l’oggetto, la cosa, dalle parole.

Che punto sarebbe quello dove si è fermato l’azzurro? Lo sanno le allodole che prima vi spaziano e poi vengono a buttarsi come pazze vicino a me? Una mi ha proprio rasentato gli occhi, come se avesse avuto piacere d’impaurirsi così, fuggendo.

(Federigo Tozzi, Bestie, 2001 Pietro Manni, Lecce, p.11)

Federigo Tozzi

Federigo Tozzi

Si apre in questo modo, con queste due domande, strane, che si faticano a capire. Che punto sarebbe quello dove si è fermato l’azzurro? In che punto del cielo? Quando? E perché, l’azzurro si è fermato, ha smesso di essere inseguito dalle nuvole? Sono tutte domande che sanno, forse, le allodole, che volano in cielo e hanno il nido sulla terra, e si buttano su di esso, addosso al poeta, come forsennate, come cadendo dal cielo; sono domande che sapevano, forse, i nostri vecchi, i nostri primitivi, e che abbiamo perso, e oggi non riconosciamo più.

E un’allodola è corsa via in fuga, rasentandoci gli occhi, come se avesse avuto piacere di impaurirsi, quel piacere che hanno i bambini, e forse anche gli uccelli, nel loro volo. Il protagonista è un io narrante, che più che narrrare guarda, è un occhio perso nel mondo, un po’ come il buon Palomar di Calvino, che guardava e rifletteva, guardava e rifletteva, e si faceva strane domande.

C’è un io che parla, dunque; e poi c’è una parvenza di donna, una ragazza di cui è innamorato, che non si vede mai, né si sa come è fatta. Un fantasma in piena regola, si direbbe. Alla fine, quando è chiaro che non apparirà. Né deve apparire; appare ben altro: una Siena arroccata casa per casa, pezzo per pezzo, come se le case avessero paura di franare e di sciogliersi; i suoi abitanti, la Betta, che aveva cinquant’anni quando morì di male nervoso, il Migliorini, che lavorava la terra un tanto al giorno, e si era fatto procurare la Gerusalemme liberata e l’Orlando, e, arrostendo un po’ di pane in una frusta che girava, teneva il libro aperto sulla coscia, e lo leggeva ispirato; «ad ogni ottava, faceva il commento a modo suo; e poi: “State a sentire com’è bella! Non pare vera?” E batteva le lunghe dita terrose sul libro».

Pyotr Konchalovsky, Piazza della Signoria a Siena, 1912 Tozzi

Pyotr Konchalovsky, Piazza della Signoria a Siena, 1912

Siena della vecchia gobba, forse una strega; Siena delle due donne (ma questo Tozzi che lo dirà in un racconto) vissute assieme, uscio contro uscio, separate solo da un muro sottile; di qua la camera da letto dell’una, di là dell’altra. Vissute assieme detestandosi, eppure sempre assieme, l’una pensando all’altra, proprio come quelle case, abbarbicate l’una sull’altra, scontrose, appiccicate loro malgrado. Un’insoddisfazione, la sensazione di vedere solo una scaglia, una briciola del reale, solo una misera parte del tutto: questo permea il libro, si sente in ogni pagina:

* * *

   Non so ancora spiegarmi, da otto anni, perché la mia amante, una volta, dopo aver bevuto una birra, chiudesse con il ventaglio aperto, dentro il suo bicchiere, una vespa che v’era entrata. Primpa era entrata nel mio; ed ella l’aveva guardata sorridendo, divertendocisi quasi.
   Io cercai di farle muovere il braccio, ma ella, con tutta la sua forza, non mi diede retta. Mi disse:

   — Parliamo d’altro.

* * *

(Federigo Tozzi, op. cit. p.46)

Abbiamo la sensazione di non afferrare in pieno il discorso: si tratta di un frammento, ben delimitato dagli asterischi. Un frammento particolarmente breve, in verità, ma abbastanza simile agli altri che compongono l’opera. La struttura: inizia con l’io, con una considerazione, come sempre, come nelle altre prose; continua con la presentazione del personaggio (l’amante) e della situazione (la birra); infine, apparizione dell’animale; chiusa, inaspettata. Eppure, nemmeno delineandone lo scheletro ne abbiamo penetrato il significato. La risposta sta nell’accumulo di atti gratuiti qui descritti. Appare una vespa: invece di scacciarla, la si imprigiona. Anzi, no. Prima la si sta a guardare, con un mezzo sorriso, poi la si imprigiona, con un certo oscuro piacere (come il piacere dell’allodola). E mentre quella ronza disperata nel bicchiere, chiusa da un ventaglio aperto (si noti il bisticcio, il paradosso tra “chiuso” e “aperto”) l’io narrante agisce, e le scuote il braccio (perché?), ma lei non dà retta (perché??) e dice: “Parliamo d’altro”.

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Pyotr Konchalovsky, Siena, 1912

Sono quelli che altrove Tozzi definirà i «misteriosi atti nostri», che lo spingono a scrivere: tutta la sua scrittura vive di questo impulso, dello scoprire, dell’analizzare l’atto gratuito, incomprensibile, inusuale, come quello di chi, andando per strada, si fermi ad osservare un comunissimo sasso, e vi indugi, per poi proseguire la strada. Cosa avrà visto il passante in quel sasso così comune? O forse il punto non era il sasso, ma un altro oggetto vicino? O forse erano i pensieri del passante, i veri responsabili, e il sasso solo uno spettatore accidentale di un moto dell’animo, di qualcosa che è venuto in mente al passante?

Ecco perché la scrittura del nostro scrittore ha iniziato a suscitare in me un certo interesse. Un interesse che, tutto sommato, le parole dei miei professori non avevano fatto scattare. Non si tratta semplicemente della storiella d’amore tra un inetto, quale poteva essere il Pietro di Con gli occhi chiusi, o Remigio del Podere (si veda sempre l’articolo del nostro Mattia); si tratta di una riflessione diversa e più profonda. Perché, in Con gli occhi chiusi, il protagonista si ostina nel suo amore, che poi non è altro che un simil-amore, un amore come ricerca di uno status symbol, o tuttalpiù di un affetto infantile? Perché Remigio si ostina a mandare a monte il Podere, l’eredità paterna? E’ la riflessione sull’inspiegabile, la vena poetica di Tozzi. Che punto sarebbe quello dove si è fermato l’azzurro?

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Gabriele Stilli

Gabriele Stilli

24 anni, abita a Pantigliate, paesino minuscolo sperdutissimo tra campi palazzi e papaveri nel sud est milanese: maturità classica, poi laurea in Lettere a Pavia. In tenera età venne stregato da quelle cose che si scrivono andando a capo spesso, e da allora scribacchia poesie. Da molti anni si è rassegnato ad ascrivere la letteratura tra le discipline umanistiche e non al rigoroso ambito delle scienze. Nutre ancora qualche dubbio, però.