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Forse la Manutenzione dei sensi porta alla felicità

Cheryl Segui Mountain, 2012

Cheryl Segui, Mountain, 2012

Appena due giorni fa è stato pubblicato, per Fazi Editore, La manutenzione dei sensi di Franco Faggiani[1] opera prima dai toni intimi e delicati e dallo stile semplice e incisivo[2].

L’autore ci racconta la storia di un padre, Leonardo Guerrieri, e del figlio adottivo Martino, affetto dalla sindrome di Asperger. Un padre e un figlio: una storia così semplice eppure così significativa, un racconto che si sostanzia di un rapporto così profondo da lasciare sì, un notevole spazio anche ad altro (all’ambiente), ma così intenso e vero da oscurare tutto ciò che si trova al di fuori dell’universo narrativo che riempie e nel quale si sviluppa.

Un padre e un figlio. Anzi, forse più la storia di un padre, un uomo di mezza età triste e solitario e del suo modo di rapportarsi con la diversità e, più latamente, col mondo nella sua interezza.

Inizialmente Leo appare distaccato da ciò che lo circonda – una Milano appena accennata nel rumore dei gas di scarico e nella luce asettica dei lampioni – quando decide di trasferirsi in montagna, in una baita che si trova alle pendici di un monte nelle terre di Cesana Torinese, sul confine con la Francia.

La manutenzione dei sensi

Gran parte delle decisioni prese nei miei primi cinquant’anni erano state intercambiabili, se non addirittura in contrasto tra loro. Qualcuna però ero riuscito a portarla fino in fondo, come quella di prendere il rudere che Chiara aveva tanto desiderato ma che non aveva potuto avere[3].

È un luogo confortevole ma liminale quello in cui i due si inseriscono, sospeso com’è tra la natura selvaggia e assoluta dell’alta montagna e la piccola borgata abitata da quei pochi personaggi simpatici e schietti – tutti tratteggiati con sapienza dall’esperta mano dell’autore – tra i quali spicca, fiero e solitario, Augusto; è un luogo che diviene simbolo di quella labile linea di confine che divide la normalità dalla diversità, che diviene l’occasione per ritornare a scoprire la bellezza della natura e, sui sentieri di questa, stupirsi di trovare il sapore delicato della felicità.

È, ancora, un luogo dove abbandonarsi placidamente alla propria solitudine, dove arroccarsi nel proprio silenzio consapevoli del fatto che davvero soli, durante la propria esistenza, ci si può ritrovare veramente di rado.

Noi non vedevamo l’ora che le nuvole e l’oscurità venissero ad abbracciare la nostra casa e che la pioggia premurosa verso i ruscelli e i boschi si raffreddasse trasformandosi in fiocchi soffici di neve. Così potevamo avere l’alibi per barricarci dentro e dedicarci alle nostre silenziose occupazioni. […] Con la possibilità, comunque, di controllare in qualsiasi momento cosa stava succedendo nel mondo attraverso il computer, con gli occhi e i gesti distaccati di due abitanti di un pianeta molto lontano. Come fossimo in orbita a tempo indefinito, a guardare la Terra girare senza sentirne i rumori. Nel chiuso della nostra casa ci sentivamo liberi[4].

Faggiani si prende il suo tempo per introdurre fatti, personaggi e ambiente.

Nell’arco delle prime cinquanta pagine, infatti, veniamo guidati nei pensieri e nei sentimenti di Leo, nella sua vita. A spizzichi conosciamo il suo passato, il suo amore per Chiara e l’affetto – misto quasi a venerazione – che nutre per la figlia, Nina. Assistiamo, durante l’arco di tutta la narrazione, alla nascita del sentimento di rispetto e amore paterno per Martino, ragazzino taciturno che si adatta con sorprendente rapidità e disincanto alla realtà che lo circonda.

Ed è proprio il modo di rapportarsi alla realtà, al cambiamento che essa suppone e richiede, un altro dei soggetti ricorrenti dei pensieri di Leo e dunque del suo autore.

Il sentiero della nostra esistenza che si inerpica sui costoni della montagna ci concede delle pause, dei momenti nei quali possiamo fermarci e riflettere: sui nostri dubbi, le nostre scelte, i ripensamenti, i rimorsi, i nostri ricordi. Nella fatica del nostro incedere possiamo fermarci e stendere un bilancio sul nostro passato, soppesare il presente e immaginare il futuro.

Faggiani ci dà l’occasione di fare tutto questo, ci concede – nello spazio delle pagine del suo racconto – un attimo di raccoglimento e lo fa senza eccessi di sorta, donandoci il tempo per riflettere e così indagare il nostro animo e il nostro vissuto alla luce dei suoi personaggi, così vividi, così reali.

E questo non è certo poco.

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Salvatore Ciaccio

Salvatore Ciaccio

Nato a Sciacca in provincia di Agrigento nel 1993, ho frequentato il Liceo Classico nella mia città natale per poi proseguire gli studi a Pavia, dove mi sono laureato in Lettere Moderne con una tesi dedicata all'architettura normanna in Sicilia.