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La freccia magica di Ermanno Olmi

Nella sua Antologia di Spoon River, Edgar Lee Masters si prende gioco del poeta Petit, che sentiva nel bosco tanti piccoli concerti, dal crepitare delle foglie, al cadere dei semi e delle pigne degli alberi sempreverdi, come pulci che litigano. Le sue poesie erano così, piccole come quelle pigne, a dispetto degli Omero e dei Whitman che ruggivano incontrastati. 

Con buona pace di Lee Masters, Ermanno Olmi è stato qualcosa di molto vicino al poeta Petit. Mentre i Bertolucci, i Fellini, gli Scola volavano lontano, lui ha sempre avuto uno sguardo più prossimo, minimale, intendendo l’arte come un insieme di tentativi, in cui magari sono più le ciambelle senza buco di quelle con, ma non importa, perché quello che conta è un continuo lavorìo artigianale. Ogni film di Olmi è un ripartire da zero: ne ha fatti di tutti i tipi. Film belli, film brutti, film anche parecchio brutti, film storici, film tratti da romanzi, film di genere… e poi, così, come un fungo, qualche capolavoro assoluto. Ci vuole del genio anche per questo. 

Parlare di Olmi significa per forza parlare del suo film più importante, più citato e celebrato: L’albero degli zoccoli. Ma proprio per questo, è tremendamente difficile. È come parlare della Gioconda.

In realtà, come film, sembra avere tutte le carte in regola per essere un flop assoluto. Non ha niente per piacere. Non una trama vera e propria, non una grande ambientazione, non una lingua comprensibile, né, tantomeno, qualche attore di rilievo: sono tutti non professionisti, contadini veri che recitano se stessi; e poi una regia spoglia, austera, che lascia poco all’osservatore. 

Ha una sola freccia al suo arco. È la freccia magica, quella che, quando ce l’hai, colpisci per forza. Il problema è che non puoi mai sapere prima di averla. Non ha nome, anche se per comodità un cartellino ce l’abbiamo messo sopra, per poterci avvicinare un pochino a lei, e l’abbiamo chiamata «poesia».

Cosa sia la poesia è una di quelle domande che più la si fa e meno ci si capisce. Quello che si può dire, forse, è che la poesia è quella cosa che trovi quando riesci a mettere in ciò che fai non una buona idea, né quello che credi o quello che pensi, o peggio ancora quello che ti hanno detto che bisognerebbe metterci, ma tutto te stesso, completamente, senza alcun compromesso, senza alcuna riserva, come se fosse la cosa più importante, l’unica cosa al mondo. 

Bassa bergamasca, in un’epoca che non si sa bene (non si sa mai bene, in certe storie di campagna e vecchi casali) ma che dovrebbe essere a cavallo tra ottocento e novecento, quando l’aratro era ancora tirato dai cavalli e bisogna va raccogliere il granturco a mano, pannocchia per pannocchia, tutto il giorno. Alberi stecchiti, marrone di terra di sterpi, di case metà legno metà pietra, e bianco di nebbia. Figli e mogli da campare in questi casali grandi squadrati su cui viene ammassato il fieno in grandi nuvole gialle.

Neanche una parola, per minuti. Il rumore della lama che taglia il collo a un’oca. La forca che prende il fieno e lo sposta in alto, mentre i bambini ci saltano dentro. Canti di donne che puliscono il granturco. Poi poche frasi, e ancora granturco, a mucchi, giallo su giallo, da impilare in sacchi, da portar via da vendere al mercato.

È così che Olmi costruisce il film, come una coperta di scampoli diversi, senza una vera e propria trama, senza una linea che dia un inizio e una fine. La storia si svolge nell’eterno, come la vita, è iniziata da sempre e sempre continuerà: il regista può solo catturarne un pezzetto. Uno sguardo di bambino, un paternoster, un uomo che fa frettolosamente il segno della croce ed esce di casa. Lo stesso metodo lo ritroveremo nel Mestiere delle armi e in Torneranno i prati, che, non a caso, sono gli altri due film che più racchiudono l’essenza della sua arte. Lo sbarazzarsi della narrazione è necessario per far sì che lo spettatore si concentri sul lato puramente percettivo dell’immagine, ascolti il canto de contadini, si immerga in quel mondo come se lo vivesse, come se ci fosse capitato dentro per caso.

È in questo film, più che tutti gli altri, che vediamo come Olmi sia davvero Petit, il poeta del bosco, che modula e ripete la canzone del vento e ascolta le foglie cadere. Il poeta delle piccole e piccolissime cose. I racconti dei contadini la sera, lo stupore di una bambina davanti a dei pomodori, una mezza filastrocca cantata dal garzone, gli incontri sulla roggia con quella ragazza (ma poi, come si parla a una ragazza?), che magari poi sposi e vai in viaggio, che so, fino anche a Milano… 

E poi, la parola. In tanti minuti di silenzio, ogni parola, anche semplice, risplende. In tutti i suoi film, Olmi è attentissimo al linguaggio dei protagonisti, alla parola giusta. Se Olmi fa un film ambientato nel Cinquecento, dev’essere parlato in perfetto italiano del Cinquecento. Se è ambientato a Palermo negli anni sessanta, dev’essere parlato in palermitano. Non si scappa. È un rigore morale prima ancora che estetico: serve per ridare spessore e dignità all’oggetto che si vuole raccontare, che non può essere contrabbandato, semplificato, edulcorato. Anche se dell’Albero degli zoccoli verrà distribuita una versione italianizzata, Olmi è attento a concedere il meno possibile. Altrimenti non capiremmo nulla di ciò che vuole raccontarci. 

Entriamo nel mondo attraverso la lingua che in quel mondo sEi parla. Se la cambiamo, se ci adeguiamo a questo italiano piatto, così grottescamente insipido, non riusciremo ad entrare tra quei noccioli, in quei campi delimitati dai pioppi, non potremo camminare tra quei casali, e non comprenderemo le preghiere, né il parlare dei bambini, né la miseria, se non dall’arsura di quel linguaggio e dalla sua innata poesia.

Lo scopo, infatti, non è fare il documentario, o il film-verità. Dal documentario Olmi, nella sua lunga esperienza, ha preso tutto: le inquadrature fisse, l’indugiare sui volti, il presentare i personaggi come incorniciandoli, l’asciuttezza della regia… C’è però un problema, con il documentario: cristallizza il suo oggetto, lo museifica. Ne fa un genere per appassionati, come i documentari sui coccodrilli o l’antico Egitto. Ne fa qualcosa di distante, a cui ci si avvicina per curiosità. Invece Olmi ricerca sempre qualcosa che ci riguarda da vicino: la poesia. E, dato che non si può mai pienamente raccontare la poesia del filo d’erba, non si può mai veramente esprimere quella poesia contadina senza fare un elogio dei bei tempi andati, ecco che Olmi ha un’unica scelta: filmarlo. Rappresentarlo perché ciascuno lo veda qui ed ora, come se ci fosse adesso, come se aprendo la finestra, fosse già qui.

Ermanno OlmiIn questo modo non è l’elogio dei bei tempi andati: passato significa miseria, significa ignoranza, superstizione. Significa asservimento ad un potere assoluto, impossibilità di potersi procurare un paio di zoccoli per il proprio figlio. Questo Olmi lo mostra nella maniera più chiara e terribile. 

Ma al contempo porta avanti lo stesso intento di Pasolini, di Dario Fo, di Don Milani: ridare al popolo una sua storia, una sua importanza. Cercare questa cosa che non esiste più, che è lo spirito popolare, senza il quale non vi è poesia. Non c’è poesia senza una comunità, senza un mondo di cose e un mondo di valori condiviso. E non c’è poesia nemmeno senza un certo modo di rapportarsi alla realtà, che la cultura contadina si portava con sé. Il figlio del contadino, infatti, quando usciva di casa sapeva esattamente qual era l’albero che vedeva davanti a casa, che nome aveva l’uccello che vi era posato, come si chiamavano gli animali che vi giravano intorno; sapeva com’erano fatti gli attrezzi che usava e com’era fatta la casa che abitava, ed era in grado di costruirsi ciò di cui aveva bisogno. 

Oggi, il figlio di un impiegato magari ha una laurea, sa tutto di una cellula e del riempimento degli orbitali, sa risolvere le equazioni di secondo grado e sa la data di nascita di Dante e di Petrarca. Ma ha un’idea spannometrica dei bitumi di cui è fatta la strada che percorre tutti i giorni, non sa quasi niente dei sistemi di controllo della metropolitana che lo porta al lavoro a meno che non sia un ingegnere; quando vede un albero non ha altre parole per chiamarlo che «albero», non ha idea della differenza tra un riccio e un istrice, e non sa quante specie di uccelli nidificano sotto casa sua. Se, per caso, ne trova uno, non sa cosa mangi né come viva, e, in ogni caso, non ha niente da dirgli. 

Certo, oggi il mondo è infinitamente più complesso, e non si può sapere tutto. Vero. Ma proprio per questo recuperare un rapporto concreto con la realtà è quanto mai importante. Anche perché questo rapporto concreto è direttamente connesso con i nostri sentimenti. È quell’idea del mondo che non ci fa chiudere in casa per ore a guardare film e serie tv a ripetizione, o, almeno, è quell’idea di mondo che ci fa comprendere che le nostre passioni non servono per fuggire dal mondo, ma per viverlo meglio. 

È anche quell’idea del mondo che fa sì, come in Torneranno i prati, che due soldati di vedetta, nel grigio della trincea, si stupiscano del silenzio della notte, e si mettano ad ascoltare. Le parole che si scambiano sono poche, ma dicono tutto lo stesso. 

«Cossa ghe xe?»
«Shhh…. le bestie… che se parla tra de lori… sia quei de giorno che quei de notte. Ghe xe una volpe, che tute le notti, la passa soto quel larese ‘à… »
«No me par che sta tanto ben quel larese…»

«‘l larese xe una pianta… bellissima. D’autunno, quando che le altre piante diventa el color de rusine, ‘l larese ciapa ‘l colore come quelo de l’oro». 

(Ermanno Olmi, Torneranno i prati)

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Gabriele Stilli

Gabriele Stilli

24 anni, abita a Pantigliate, paesino minuscolo sperdutissimo tra campi palazzi e papaveri nel sud est milanese: maturità classica, poi laurea in Lettere a Pavia. In tenera età venne stregato da quelle cose che si scrivono andando a capo spesso, e da allora scribacchia poesie. Da molti anni si è rassegnato ad ascrivere la letteratura tra le discipline umanistiche e non al rigoroso ambito delle scienze. Nutre ancora qualche dubbio, però.