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L’epifania dell’imperatore

Costantino imperatore

Testa colossale di Costantino

Alto medioevo astratto – V

Nella puntata precedente abbiamo parlato di un monumento di capitale importanza per la storia dell’arte occidentale, ovvero l’Arco di Costantino.

Sulla superficie di quest’ultimo la figura dell’imperatore è ritratta in diverse azioni volte a definire e a descrivere, di scena in scena, il ruolo, la funzione e le virtù della sua persona. In un’occasione, infatti, è il nobile eroe a caccia di un possente cinghiale mentre in un’altra, in un secondo bassorilievo, è il vittorioso generale inciso al centro di una battaglia, maestoso sul suo cavallo rampante. O, ancora, è l’uomo pio che compie i dovuti sacrifici alle divinità che hanno vegliato su di lui e sulle sue azioni.

Quest’operazione, cioè il presentarsi ai comuni mortali come una divinità, non è affatto un’invenzione originale del nuovo imperatore ma affonda le sue radici nell’istituzione stessa dell’impero.

La pratica del culto imperiale, di fatti, conseguente alla celebrazione del singolo individuo tanto in voga durante i turbolenti anni finali della Repubblica, risale ad alcuni decreti voluti dal Senato nel 45 a. C. in cui vengono imposte delle feriae pubblicae per commemorare le vittorie di Cesare[1].

Gemma di Augusto conservata al Kunsthistorisches Museum di Vienna

Sin da subito, dunque, Augusto si presenta come divi filius del defunto dittatore e, già in vita, è fatto a sua volta oggetto di culto (associato alla dea Roma), ben prima della sua ascensione al cielo in forma di aquila avvenuta a poco meno di un mese dalla sua morte nel settembre del 14 d. C.

Nel contesto dell’arte classica l’imperatore, ma anche il comune cittadino, può essere in parte rappresentato come una delle tantissime divinità che costituiscono il folto pantheon romano. In privato, ad esempio, Augusto si lascia raffigurare sia come Giove[2] che come Apollo mentre in pubblico si mostra nei costumi, più sobri, del generale loricato o del sacerdote capite velato.

I suoi successori, di volta in volta, saranno meno discreti nello scegliere le forme e i modelli secondo i quali farsi rappresentare, cedendo, in alcune occasioni, come nel caso di Nerone, a derive assolutistiche di matrice orientale.

In sostanza però, sin quasi alla fine del III secolo, il linguaggio dei ritratti dell’imperatore rimane classicheggiante: il volto di Traiano comunica serenità, risulta molto più rigido e freddo rispetto alla molle e calda classicità del volto del suo successore, Adriano il quale, a sua volta, non comunica la tensione brutale, quasi ferina del ritratto di Caracalla, drammatico.

Ognuno di questi ritratti individua una fisionomia, descrive cioè un soggetto connotato da determinati attributi che, per quanto lo possano assimilare ad una più o meno specificata divinità, lo legano alla dimensione terrena, umana.

L’imperatore è un uomo dalle doti straordinarie, divine, vicino al suo popolo, circondato dal suo esercito, soggetto attivo capace di guidare una realtà immensa, complessa e sfaccettata quale si trova ad essere l’impero.

Fregio della Liberalitas, sull’arco di Costantino

La differenza di stile che si può notare osservando ognuno dei singoli ritratti sopra citati risponde, in ultimo, anche a fenomeni di gusto e a scelte politiche per cui l’autoritarismo di Caracalla, ad esempio, è sottolineato dallo sguardo fiero e concentrato del sovrano.

Nell’arco di Costantino il ruolo dell’imperatore sostanzialmente non cambia, non cambia nemmeno di una virgola. Eppure non siamo più al cospetto di un uomo, di una divinità vicina a noi, umana. Siamo al cospetto di un’apparizione.

Il Costantino della Liberalitas si manifesta, si rivela a noi e motiva la nostra esistenza attraverso la sua epifania. Il suo volto ha perso i connotati personali o, quanto meno, naturalistici, che si potevano riconoscere nei volti di gran parte dei suoi predecessori. È ormai ridotto (o elevato) a simbolo, ad icona.

Così, anche nella testa colossale di Costantino ai Musei Capitolini, possiamo riconoscere nel volto dell’imperatore, rigidamente frontale e dagli occhi sovradimensionati, lo sguardo di un essere superiore da collocare in una dimensione atemporale, molto distante, se non completamente scissa, dalla nostra.

La deriva simbolica e astratta dell’arte tardoantica, quell’arte di cui abbiamo parlato sia negli articoli precedenti che in questo, riverbererà per gran parte dei successivi secoli medievali e, in particolare, codificherà le forme dell’arte bizantina di cui avremo una clamorosa testimonianza, in Italia, nella città di Ravenna.

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Salvatore Ciaccio

Salvatore Ciaccio

Pavia
Nato a Sciacca in provincia di Agrigento nel 1993, ho frequentato il Liceo Classico nella mia città natale per poi proseguire gli studi a Pavia, dove mi sono laureato in Lettere Moderne con una tesi dedicata all'architettura normanna in Sicilia.