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America corrotta: 1876 di Gore Vidal

Il ponte di Brooklyn durante la costruzione, iniziata nel 1870

Il ponte di Brooklyn durante la costruzione, iniziata nel 1870

Nella postfazione al suo 1876, tradotto in Italia come Emma, 1876, Gore Vidal sottolinea come sia importante conoscere la storia politica del proprio paese nel suo momento più basso, in particolar modo in un’epoca, gli anni Settanta del secolo scorso, che si sta avviando a diventare “troppo interessante e troppo poco tranquilla[1]”.

Il povero Gore, che scrive appunto nel 1976, esattamente cent’anni dopo i fatti che ci racconta, non aveva idea di quello che sarebbe accaduto nei decenni successivi, e dunque, nella sua prospettiva, le elezioni che videro contrapporsi il democratico Samuel Tilden e il repubblicano Rutherford Hayes raccoglievano in sé, nel loro svolgimento e nella loro conclusione, una serie di elementi che rendevano manifeste tutte le contraddizioni e la corruzione di un paese cresciuto troppo in fretta.

L’analisi di un anno così tremendo per la storia democratica degli Stati Uniti avviene attraverso lo sguardo disincantato di uno storico, Mr. Charles Schuyler, di ritorno dalla Francia dopo una permanenza durata circa quarant’anni. Sopravvissuto alla Comune di Parigi del 1870 e a un successivo crollo finanziario appena tre anni dopo (il Panico) che investì sia l’America che l’Europa, l’anziano si vede costretto a riprendere in mano carta e penna e a vendersi come giornalista al miglior offerente per poter mantenere in una condizione dignitosa sé stesso e la figlia, Emma.

La necessità di guadagnare qualche dollaro sommata all’ambizione di poter ritornare nella sua amata Francia lo condurranno in giro per gli States durante la campagna elettorale (da New York a Washington sino a Cincinnati) come cronista dei numerosi scandali che lordano la dignitosa storia americana da pochi anni uscita dalla guerra civile.

Ad Emma, invece, donna che conserva il suo fascino durante tutto l’arco della narrazione, sono dedicati molti pensieri (da parte del padre) ma poche scene. La sua vicenda rappresenta la nota romanzesca del volume, per il resto dedicato alla cronaca appassionata delle vicende politiche di quell’anno tremendo.

New York nel 1800

New York nel 1800

Le osservazioni di Charles sono quelle di un americano che ha vissuto per troppo tempo in Europa e che quindi, ormai, avverte il suo paese d’origine come alieno (ancor prima che straniero).

Il racconto si apre con uno sguardo rivolto a New York, descritta a più riprese, che assume il ruolo di città-simbolico del grande cambiamento che ha investito il paese alla metà dell’Ottocento: da piccolo porto rurale il centro urbano si è trasformato in una enorme città (non ancora una metropoli!) moderna, già centro economico e culturale del paese. Gli americani che la abitano, poi, sono diventati grassi e ricchi e, soprattutto, corrotti:

È davvero un grosso vantaggio essere ricchi, soprattutto i questo paese. Comincio ora a capire la verità della memorabile espressione del mio vecchio amico, Washington Irving: «L’Onnipotente Dollaro». Non solo è affascinante ammassare enormi quantità di denaro, preferibilmente con mezzi illegali e a spese degli altri concittadini, ma in più si gode della splendida comodità e riservatezza offerta da quelle ricchezze. In Europa siamo abituati a case magnifiche, servitù e “tong” a bizzeffe, ma un treno privato è un privilegio riservato a un imperatore. Mentre qui si tratta di un lusso abbastanza comune, per lo meno nella cerchia altolocata che frequentiamo![2]

Dalle pagine del suo diario Charles ci racconta un paese che sembra un neonato vorace, la cui storia assume tutte le caratteristiche di una farsa, di un paradosso in cui la vince chi sborsa di più:

Ancora più persuasivi dei politici repubblicani, i lobbisti delle ferrovie brulicano per il Campidoglio come vermi nel formaggio, comprando voti per Hayes alla luce del sole (hanno paura delle riforme: hanno paura di Tilden).Stanno perfino cercando di far approvare leggi speciali a loro favore in un momento in cui teoricamente il Congresso dovrebbe dedicarsi al sublime compito di eleggere il presidente[3].

Emma, 1876, Gore VidalIl centro del romanzo sono appunto i brogli elettorali avvenuti nel 1876, anno che assume un particolare significato non solo agli occhi di Charles ma, come scritto in apertura, anche a quelli del suo autore: sono trascorsi solo cento anni dalla nascita di quella che si avvia ad essere la più grande potenza del secolo successivo, ancor meno da quelli di fondazione dei due partiti dominanti, eppure già tutti gli ideali di uguaglianza e libertà sembrano sepolti sotto le strida o, meglio, le voci armoniose e tonanti dei demagoghi che brulicano in ogni organo politico, dal Senato alla Camera al Congresso tutto.

La penna di Mr. Schuyler, poi, si sofferma anche su altri fenomeni, ad esempio quello economico legato alla costruzione delle ferrovie (particolarmente legato a tutta la serie di scandali politici) o ancora ai cambiamenti di gusto e di costume: dallo stile francese che troviamo più o meno in tutte le ricche dimore che ci vengono descritte al neogotico imperante in provincia ispirato dalla letteratura romantica[4].

A questi si sommano continui cenni alla letteratura dell’epoca (il ritratto di Mark Twain risulta particolarmente spassoso) o ancora tetre considerazioni dedicate alla crisi sociale di quegli anni:

Ho sempre trovato strano che una nazione la cui prosperità si basa interamente sulla manodopera a buon mercato degli immigrati dia prova di tanta incrollabile xenofobia[5].

A questa affermazione si sommano i rilievi fatti nel corso della narrazione sulla condizione di povertà che affligge i nuovi arrivati (soprattutto italiani) che si sostituiscono nelle periferie agli inglesi e ai cinesi, i quali a loro volta hanno preso il posto dei coloni più antichi, quegli olandesi di cui ormai alla fine dell’Ottocento si stanno abbattendo le case e gli edifici pubblici al punto che del passato non rimane più quasi alcuna traccia.

Vidal ci consegna, come per L’età dell’oro (scritto più di vent’anni dopo), l’affresco di un’epoca senza tralasciare alcun aspetto o dettaglio. Lo stile scorrevole intriso d’ironia permette una lettura facile e veloce al termine della quale non si può fare a meno che riflettere sulla storia recente del nostro paese e, a margine di questa, su quelli che sono alcuni dei suoi problemi strutturali da oltre un secolo.

E’, insomma, una lettura da cui si può imparare molto.

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Salvatore Ciaccio

Salvatore Ciaccio

Nato a Sciacca in provincia di Agrigento nel 1993, ho frequentato il Liceo Classico nella mia città natale per poi proseguire gli studi a Pavia, dove mi sono laureato in Lettere Moderne con una tesi dedicata all'architettura normanna in Sicilia.