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Dimenticanze, di Mattia Lo Presti

Edward Hopper, Escursione nella filosofia, 1959

 

                Se tornassero a noi le cose
                sparite, la chiave del bagno,
                la mia collana dell’anniversario —
                piccoli vuoti che ritornano uguali —
                la certezza avremmo almeno
                di ogni giorno che si allontana,
                di ogni amicizia che è mancata. 

                Se vedessimo d’intorno le incertezze 
                (e sono diafani fantasmi, in contro-luce;
                posaceneri colmi di fumo, schiariti
                si gonfiano come il peso che porta
                chi è solo), a queste paragonare il vuoto
                sarebbe fortuna; una sciocca cupezza
                di chi, dentro, è ormai morto. 

                Invece, la microfisica della vita
                disperde elettroni e particelle; si perde
                tutta la cianica sostanza che frulla
                la memoria e la sua pecca. Ricordo
                dove ho messo la testa, 
                ma non dov’è rimasta la lenza
                che tira lenta la mia esistenza.

Ricercare le cose sparite in un universo miniaturizzato, particellare, che si disperde in un movimento centrifugo, che cancella i particolari; soffermarsi sul rapporto dell’uomo con gli oggetti, con le cose che lo costruiscono (senza che egli — peraltro — se ne avveda). con i dettagli, gli sguardi, gli accenni che non capisci e di cui poi ti penti per tutta la vita. Se solo le vedessimo, queste incertezze, questi fumi che si gonfiano come pensieri, più vuote del vuoto, riconoscibili solo da chi, dentro, non porta più nulla, non avremo poi una così grande ricompensa. Il risultato è la disgregazione completa, in questi ultimi versi che smorzano l’aspettativa del lettore, la conchiudono in una brusca rima baciata. (Le rime baciate, di solito, hanno sapore di caramella; non per Lo Presti). Rimane l’amaro, la consolazione di essere consapevoli della propria povertà, per dirla con il caro Seneca: sapere con certezza lo svanire di ogni giorno, sentire con certezza ogni atto, anche se questo, con tutta probabiltà, ci renderà più sereni, ma non più felici.

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Gabriele Stilli

Gabriele Stilli

24 anni, abita a Pantigliate, paesino minuscolo sperdutissimo tra campi palazzi e papaveri nel sud est milanese: maturità classica, poi laurea in Lettere a Pavia. In tenera età venne stregato da quelle cose che si scrivono andando a capo spesso, e da allora scribacchia poesie. Da molti anni si è rassegnato ad ascrivere la letteratura tra le discipline umanistiche e non al rigoroso ambito delle scienze. Nutre ancora qualche dubbio, però.