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La deformazione del reale in due racconti di Yoko Ogawa

Salvador dalì

Ogni volta che penso a mio fratello, il cuore mi sanguina come una melagrana scoppiata.

(Yoko Ogawa, Una perfetta stanza di ospedale, Milano, Adelphi, 2009, p. 11)

L’attacco di Una perfetta stanza di ospedale della scrittrice giapponese Yoko Ogawa è tremendo come un pugno sul tavolo. Sotto forma di similitudine, sotto forma di sogno, di pensiero involontario, il testo grida e urla e piange, per poi ritornare nella sua apparente naturalità. Il racconto è la cronaca di una morte annunciata e prevista, del trascorrere ineluttabile di una malattia.

Due o tre scene, quattro personaggi: potrebbe quasi essere una pièce teatrale. L’essenza dei racconti di Yoko Ogawa sta tutta nel monologo interiore del personaggio principale, che si staglia con prepotenza sugli altri, che, malgrado le continue descrizioni, rimangono statici, fatti di carta: il malato è un malato; il medico buono un medico buono, e così via. Tutto passa attraverso il filtro della voce narrante, attraverso il suo giudizio, il suo sentire la realtà.

AVT_Yoko-Ogawa_2920Non ha nome, questa voce. È lei, la sorella. Ci basta questo. Ci basta perché non ci interessa nulla di lei, della sua vita, e forse nemmeno del dolore per la morte del fratello. Quello che Yoko Ogawa ci lancia addosso è uno squadernamento del mondo in deformazioni surreali: il sangue del cuore diventa il succo di una melagrana esplosa (nemmeno spremuta, proprio esplosa); i liquami di una cisti operata si mescolano al condimento dell’arrosto e al marciume dei piatti sporchi; un bacio diventa sangue marcio in bocca.

È per questo che la stanza di ospedale è perfetta: perché la sua purezza, la sua pulizia, sembra eterna e lontana dall’avvizzire delle cose. La Ogawa non ha paura delle descrizioni sgradevoli, di trasferire sul lettore tutto il malessere e il disgusto possibili verso ciò che è destinato a corrompersi. Nelle pochissime pagine del racconto si sciorina una specie di enciclopedia del deterioramento, da una torta mangiata dalle formiche alla buccia di una mela che incomincia ad annerirsi: sono lo specchio della morte del fratello. Sono lo specchio di un terrore incontrollato, che sprizza sangue e inghiotte se stesso e la protagonista, procurandole quasi delle allucinazioni sensoriali, rompendo le distinzioni qualitative fra gli oggetti, sconvolgendo la percezione ordinaria della realtà.

Le cose non hanno più una loro dimensione oggettiva, ma sono semplicemente la rifrazione dell’animo del personaggio, e così vengono rappresentate, senza alcuna mediazione razionale, come un quadro di Grosz, di Kirchner. Il minimalismo tipico della letteratura giapponese si fonde con l’espressionismo e il surrealismo onirico. Il lato onirico è ancora più visibile nel racconto che accompagna Una perfetta stanza di ospedale, e cioè Quando la farfalla si sbriciolò, che riprende e amplia le ossessioni della Ogawa:

Il peso di Mikoto[1] diventa una fine membrana che mi avvolge. Sfregandosi qua e là, i nostri corpi producono del calore che si diffonde a macchie. Le unghie squadrate affondano nei miei seni. Le macchie di calore formano come un vortice che convoglia il sangue al centro del mio corpo. Inserisco la lingua tra le costole di Mikoto. Sento un sapore aspro e amaro, quasi vegetale. Vedo il mento umido. Una sensazione quasi appiccicosa mi scende in gola insieme alla saliva, lecca i polmoni e si ferma in fondo all’utero. Scende a più riprese e si trasforma in una pressione dolorosa, lancinante contro il mio utero. I bacini si scontrano con un rumore sordo. Le sue mucose assorbono meticolosamente il calore dentro il mio corpo. Cerco di deviare verso il mio interno i nervi che rischiano di spingersi al di là del fusuma[2]. Non posso fare a meno di immaginarmi Sae[3], accovacciata davanti all’altarino, che si alza e arriva all’improvviso.
«Stai tranquilla»

Lui muove le labbra. Io annuisco chiudendo gli occhi. Sulla retina vedo riflessa Sae. Lei si volta. Concentro le mie forze nelle palpebre. D’un tratto la luce si colora. Mikoto mi taglia a fette più e più volte.

(Yoko Ogawa, Quando la farfalla si sbriciolò, in Una perfetta stanza di ospedale, cit., pag. 94-95)

0c14500f5cb23f049e49148824a91bb3_w_h_mw650_mhL’atto sessuale è qui rovesciato e analizzato nei minimi dettagli, come uno di quegli insetti che visti da lontano sembrano carini, e poi, invece, guardate bene mostrano tenaglie e zampettine disgustose, fino a divenire un’operazione truculenta: la morte diventa un’ossessione tanto grande da pervadere tutti gli aspetti della vita.  E qui sta la contraddizione: la voce narrante fugge la morte, ma al tempo stesso la ricerca. Anche il desiderio di asetticità, di pulizia, di staticità ha a che fare con il mondo inanimato, inorganico, non con la vita. La stanza di ospedale è sia luogo di morte sia rifugio, e la protagonista non riesce mai ad emergere da questo cortocircuito. E, in filigrana, leggiamo il disagio di una società (siamo nel 1989) che si è rapidamente occidentalizzata, e ha perso il rapporto tradizionale, shintoista, con le anime degli antenati, e non riesce più a capirlo.

Non solo Yoko Ogawa è ossessionata dalla consunzione del corpo, ma anche della mente. Ad un certo punto, la mente inizia a impolverarsi: si deve fare il bucato, ma non si sa più come. Si deve andare in bagno, ma dove? come? La mente non è più capace di collegare il reale in un’unica cosa: gli oggetti divengono cose a se stanti, senza più senso. È anche per questo che la mente della voce narrante, al contrario, confonde le cose, le mescola, le paragona continuamente: ha il terrore di non saper più esercitare non solo il pensiero logico, ma anche il pensiero analogico; ha il terrore di non saper più tenere insieme il mondo.

Ecco che allora tutto prende il sapore della sua paura più grande, la morte. La realtà diventa un groviglio inestricabile, dove tutto deve essere collegato con tutto, per poter funzionare, per potere avere un senso. Eppure, proprio perché tutto è collegato con tutto, ogni cosa diventa incomprensibile, ogni cosa trasmuta in un’altra. Oltre alla paura di perdere la possibilità di decifrare il reale, si pone in più un problema di dimensione sociale: la normalità. Il malato, fisico o mentale, non è più normale. La protagonista non si chiede cosa sia la normalità. La normalità è, e basta. Alla realtà ontologica, che si dà come garbuglio irriconoscibile, si contrappone una realtà sociale che si pretende invece chiara e definita. Il comportamento anormale, nella società, è stigmatizzato e bandito.

Non c’è scioglimento, ma solo riproposizione eterna dell’opposizione tragica, in questi due racconti della Ogawa. Rimangono così, sospesi, in attesa. Il cielo è un coperchio fermo e basso a schiacciare la terra; sulla terra, normali e anormali, rigidamente divisi. Chi cura e chi deve essere curato, non c’è modo di uscire da questa divisione, c’è solo la possibilità di consolarsi l’un l’altro della propria normalità. Se l’altro mi vede normale, allora anch’io sono normale. Ma se l’altro incomincia a divenire anormale, io non ho più nessuno che mi conforti della mia normalità. E allora incomincia il garbuglio, allora iniziano le domande, i raffronti e i paragoni, si inizia ad avere paura. Paura di perdere la realtà. 

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Gabriele Stilli

Gabriele Stilli

24 anni, abita a Pantigliate, paesino minuscolo sperdutissimo tra campi palazzi e papaveri nel sud est milanese: maturità classica, poi laurea in Lettere a Pavia. In tenera età venne stregato da quelle cose che si scrivono andando a capo spesso, e da allora scribacchia poesie. Da molti anni si è rassegnato ad ascrivere la letteratura tra le discipline umanistiche e non al rigoroso ambito delle scienze. Nutre ancora qualche dubbio, però.