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Di niente e di nessuno

Salvatore Ciambra, Tramonto e riflessi, 2011

Salvatore Ciambra, Tramonto e riflessi, 2011

Grazie a mio papà che si chiama come il protagonista di questa storia, alla mia terra che mi manca, al mio accento che “si deve sentire”. Grazie ai bambini che giocano per strada, alle periferie disumane che conservano intatta l’umanità, alle storie che ci proteggono. 

I ringraziamenti riportati da Levantino alla fine del suo romanzo d’esordio, Di niente e di nessuno, sono la pura essenza di tutto ciò che racconta: il disincanto, la profonda umanità e il rapporto viscerale con Palermo, Brancaccio e il mare.

Brancaccio è «un aborto umano », impregnato di odore di cipolle, smog e mareggiate, dove risuonano il rumore del traffico e i latrati dei cani uccisi nei combattimenti. Rosario, il protagonista, ci cammina con sicurezza, perché la periferia gli appartiene, e lui, a sua volta, appartiene alla periferia. È un ragazzino che scopre di avere un’inclinazione per il pallone, ereditata dal suo omonimo nonno portiere. Da quando decide di entrare nella Virtus Brancaccio, la squadra di calcio del quartiere, ha spesso il sapore del sangue in gola: è soggiogato dagli altri membri della squadra per il suo talento innato, perché non abbassa mai la testa e rifiuta qualunque forma di ingiusta sottomissione; ripete sempre “Iu un mi scantu di nenti e di nuddu”, che non ha paura di niente e di nessuno. Ed è davvero così: la sua è la lotta di un ragazzino su cui pende un giogo esistenziale, quello di chi nasce nella povertà e che deve affrontare difficoltà familiari e violenze da parte dei coetanei, ma che non ha mai paura.

Dario Levantino, di niente e di nessuno

È un racconto estremamente aderente al reale, che suscita un senso di comica amarezza nel momento in cui sottolinea i contrasti profondi tra le varie zone di Palermo, isole d’indifferenza in cui il cemento sovrasta l’umanità, e in particolare tra il centro e la periferia. Le donne del centro, che s’impegnano ad usare parole chic come atavico e leitmotiv, vanno in palestra e sfoggiano fisici da urlo, cozzano con le donne della periferia, grassocce e con un unico vestito delle grandi occasioni, che sbagliano a pronunciare le parole difficili come «Psicologo» e che sommergono la loro famiglia di un amore soggiogante che quasi le annulla. Pasticcerie, strade, macchine, uomini, vita: tutto è diverso, in centro. Il contrasto tra le botte prese da Rosario, la povertà, la vita senza evasioni è in irrisolvibile e profondo contrasto con il mondo patinato in cui ai vernissage si discute dei massimi sistemi mentre si stuzzicano cibi esotici in dosi minuscole, scelti ad hoc dallo chef a seconda dell’ascendente zodiacale.

Noi lettori siamo allora inevitabilmente portati a preferire l’unto del pane cunzato, il mondo di Rosario, «l’armonia delle cose che sono perché esistono».

Anche perché, apparenza a parte, gli uomini sono gli stessi: ricchi o poveri, condividono la volontà di fare lo slalom tra i divieti, l’esserci per gli amici solo a convenienza, l’essenza sostanzialmente fedifraga. Queste conclusioni si leggono tra le righe: non c’è nessuna morale incollata alle pagine del romanzo.

Una menzione particolare merita l’uso sapiente della lingua, con frasi in palermitano calate di tanto in tanto, che non appesantiscono né rendono difficoltosa la comprensione – rischio piuttosto concreto in questi casi – ma permettono ai lettori di calarsi ancor più nella vita di Brancaccio, di immergervisi oltre che per merito delle descrizioni sensoriali anche grazie alle parole e ai modi di dire:

Araciu è una parola palermitana che per me non ha alcuna traduzione in italiano. È un avverbio che vuol dire ‘piano’, ma in dialetto è diverso, significa qualcosa di più. È la parola che usano tutte le madri quando raccomandano ai figli di essere prudenti per strada, un termine che con la propria sonorità araba esprime l’apprensione, il coinvolgimento di chi lo utilizza.

Nella disumanità crudele della periferia, riesce ancora a farsi spazio, prepotentemente, il desiderio di bellezza, e un seme di poesia germoglia tra l’amianto e gli sputi:

Ha passato al setaccio la vita che le restava. Poi un guizzo rapido. Uno di quelli mentali. Ha aperto la finestra, ha masticato la luce delle cinque, ha mormorato «Atelier vento d’oceano».

È una storia bella perché vera, che non vuole ingentilire il degrado né abbellire la ferocia: la povertà deve essere raccontata così com’è, e perché la povertà merita rispetto.


Dario Levantino è nato a Palermo nel 1986. Laureato in Lettere e filosofia nella sua città, oggi è un insegnante di Italiano. Di niente e di nessuno è il suo primo romanzo, pubblicato da Fazi Editore nella collana Le strade.

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Vittoria Pauri

Vittoria Pauri

Mi chiamo Vittoria e ho diciotto anni. Se questo fosse un questionario di Proust, alla domanda "qual è il tuo motto?" non avrei esitazione a citare la frase di Gandhi che, tradotta piuttosto liberamente, recita così: il miglior modo per trovare se stessi é perdersi nel servizio degli altri. Mi riassume perfettamente. Le due cose di cui non posso fare a meno sono la curiosità di capire ciò che mi capita intorno e un quadernetto, da cui non mi separo mai, su cui scrivo tutto quello che mi passa per la testa e su cui colleziono frammenti di libri, poesie e conversazioni.
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