I cristiani sottoterra: le catacombe

Le catacombe di San Callisto a Roma

Le catacombe di San Callisto a Roma

ALTO MEDIOEVO ASTRATTO – II

Sino ai primi anni del IV secolo d. C., cioè sino agli anni dell’editto di Costantino (315) di poco successivo alla vittoria conseguita dall’imperatore contro il rivale Massenzio a ponte Milvio (313), il cristianesimo fu un culto clandestino; i cristiani, sempre più numerosi dalla metà del II secolo, furono in qualche modo costretti a compiere i propri riti in contesti privati periferici e nascosti, come le catacombe.

In realtà questa immagine forte, essenzialmente tragica, non corrisponde pienamente al vero: solo durante le persecuzioni – le più cruente e famose furono quella ordinata dall’imperatore Gallieno (257-60) e quella voluta da Diocleziano (303-05) – i cristiani, di fatto, dovettero ricorrere a soluzioni estreme che, forse sì, magari prevedevano la celebrazione della liturgia sottoterra, all’interno delle diverse catacombe che correvano sotto il manto stradale romano. E allora sì, forse solo durante quelle rare occasioni, possiamo immaginare l’interruzione repentina dell’orante e lasciarci suggestionare dallo sferragliare di armature, dal vociare tumultuoso, clandestino della minoranza, scrutare impassibili i luccichii dei gladi sguainati alla tremolante luce di torce fumose. E, rabbrividendo all’ascolto di preghiere disperate, alle invocazioni al Verbo, seguire con lo sguardo una serie di fughe rocambolesche, come si osserva un nugolo di ragni, uno sciame d’insetti che si sparpaglia in ogni direzione lungo umidi cunicoli sfondati da centinaia di nicchie, tra polvere oscurità teschi e cadaveri in decomposizione; certo, potremmo fantasticare su tutto questo, sgranocchiare pop corn alla luce tremolante del proiettore. Ma di solito le catacombe non sono luoghi adibiti alla funzione ordinaria della liturgia. Non lo sono stati mai.

catacombe

Konstantin Dimitrevic Flavitskij, Martiri cristiani nel Colosseo, 1862

La gerarchia ecclesiastica, difatti, può già ritenersi pienamente formata a questa altezza cronologica  (ci sono i vescovi, i presbiteri, i diaconi) e per le funzioni già vengono usati oggetti specifici e specifici arredi liturgici (la mensa mobile per celebrare l’Eucarestia, la tavola per le offerte). Inoltre, lo spazio liturgico è già codificato e diviso: c’è ad esempio il vestibulum per i catecumeni, il battistero per il rito battesimale, già isolato dal resto degli ambienti liturgici; vengono poi ricavate biblioteche e abitazioni per il clero. Tutte queste funzioni sono impensabili per gli angusti cunicoli delle catacombe. E infatti il culto avveniva all’interno delle Domus Ecclesiae.

Le Domus Ecclesiae, che nel linguaggio corrente di Roma sono chiamate Tituli, (termine derivato dalla lastra di marmo su cui era inciso il nome del proprietario) sono strutture private, architettonicamente non riconoscibili all’esterno, simili, spesso, alle normali case patrizie del III secolo. Si tratta di vere e proprie domus usate, prestate a fini religiosi. La più antica oggi conosciuta è quella di Dura Europos sull’Eufrate[1], anteriore al 257, anno in cui venne distrutta, che sorgeva sul confine murario della cittadella, a fianco ad una sinagoga. Dunque durante i primi secoli – ma pure successivamente, durante la fase costantiniana – le sedi del culto cristiano sorgono in contesti marginali. Ma questo lo approfondiremo successivamente, in un’altra occasione.

Tornando alle catacombe, cercando ancora di stracciare quell’alone mitico che le circonda, vi elenco alcuni dati. Le catacombe nascono solo come cimiteri ipogei, cioè sotterranei, e possono essere scavate solo in particolari circostanze, quando la friabilità e la morbidezza del terreno, della roccia, lo consentono. Di conseguenza si trovano solo in determinate località del mediterraneo: Roma, Napoli, Siracusa, in Africa settentrionale, in Abruzzo. Originariamente queste strutture non erano neppure indicate con questo nome: katà kumbas (“presso l’avvallamento” o “cavità”) di fatti risulta essere il nome di un ben preciso cimitero cristiano che sorgeva tra il II e III miglio della via Appia; noto ancora in pieno Medioevo (IX secolo) e ancora frequentato, questo nome passò ad indicare, per analogia, tutti i cimiteri ipogei.

Rovine di Doura Europos, in Siria

Rovine di Doura Europos, in Siria

In questo secondo episodio dedicato all’arte del medioevo, vi accennerò (nel breve spazio che ci rimane) l’arte delle catacombe perché, anche se non esclusivamente, è proprio in questi contesti che ha origine l’arte cristiana, di quella religione che dominerà stile forme e funzioni, incontrastata o quasi, per buona parte dei secoli successivi. L’arte medievale, così come ricorda sin da subito M. A. Romanini[2], nasce e muove i suoi primi passi a Roma; dunque non sorprenda il focus on solo sulle catacombe romane (escludendo peraltro quelle palermitane o siracusane a me più vicine). Iniziamo.

Roma è piena di catacombe, ricchissima di cunicoli. Del complesso sistema che sostanzia questa realtà stratificata e labirintica – le catacombe romane si dividono, spesso in più settori, anche su più livelli – estrapoliamo solo due nomi, che sono alla base della nascita dell’arte cristiana: le prime sono le catacombe di San Callisto; le seconde, quelle di Domitilla.

La cripta dei pepi

La cripta dei Papi

La prima, che si ramifica in un’area piuttosto ampia tra la via Appia, la via Ardeatina e via Sette chiese, è un forziere ricco di pitture risalenti ai decenni centrali del III secolo d. C; affreschi particolarmente importanti perché sia i soggetti raffigurati, lo stile e l’impaginazione delle pareti (dei cubicoli e delle varie cripte) ci testimonia il passaggio da una lingua e un modo precipuamente romano ad uno cristiano e, di conseguenza, in germe, medievale.

L’exemplum dal quale parto è Orfeo, il musico di origini traciche capace di piegare la natura al suo volere grazie alla sua voce, soggetto spesso assimilato al buon pastore e, di conseguenza, al giovane dio cristiano imberbe[3] Il piccolo cubicolo, dirimpettaio alla cosiddetta “cripta dei Papi” all’interno dell’Area 1 delle catacombe, vede al centro della volta Orfeo, coperto da un sontuoso panneggio, con l’arpa in mano e l’agnello a destra, inquadrato da un rigido sistema di esili linee rosso-verdi, richiamo all’impaginazione della pareti delle domus della classe alta del secolo precedente. Cioè, una rifunzionalizzazione del soggetto mitico che consente ai committenti (la curia) di elevare la propria mitologia.

In un altro cubicolo prospiciente, il Cubicolo dei Sacramenti, fanno capolino invece le figure forse più interessanti del sistema iconografico rappresentato: i fossori. Chi erano costoro?

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Alberto Pisa, Processione nelle catacombe di San Callisto, 1905

I fossori erano gli allestitori del cimitero ipogeo, quelle figure che, per conto della committenza pontificia, si occupavano della suddivisione dei cubicula e, unitamente al committente, dell’impaginazione delle pareti. Rispetto al cubicolo precedente, in cui i soggetti raffigurati (che prevedono altre ad Orfeo una primissima scelta di soggetti veterotestamentari da raffigurare, come Giona e la balena) costituiranno il repertorio canonico anche in sedi meno lugubri, in questo caso scelgono un soggetto davvero molto più basso.

La distinzione non è tanto nella tecnica[4] che ancora risente dell’arte ellenistica, piegata di volta in volta ai gusti del committente, quanto al soggetto popolare rappresentato. Il fossore, scegliendo di diventare soggetto iconografico, acquisisce ancora maggiore consapevolezza del proprio ruolo, manifesta in maniera inequivocabile l’appartenenza ad un contesto e ad una realtà, quella del cristianesimo primitivo, che ha bisogno di lui. Segnatamente, spesso, le immagini di fossori abbracciano l’ingresso della tomba, in una posizione certo sottolineata all’osservatore.

Purtroppo devo interrompermi: il tempo è tiranno, ma lo spazio non è da meno. Però… vi avevo promesso un breve accenno alla catacomba di Domitilla. Oh, diamine! Beh, vorrà dire che vi parlerò di Domitilla all’inizio della prossima puntata, e, già che ci sono, vi accennerò dell’arco di Costantino. Nel frattempo, se abitate nei pressi di qualche catacomba, fateci un salto!


Bibliografia:
Angela Maria Romanini, Arte Medievale in Italia, Sansoni Editore, Firenze 2012 (1988).
Fabrizio Bisconti, L1-L2, A1-16, x-y, c-e. Relitti iconografici e nuovi tracciati figurativi alle origini della pittura catacombale romana, in RACr 85 (2009), pp. 7-54.

Robin Lane Fox, Alessandro Magno, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2013 (1977)

 
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Salvatore Ciaccio

Salvatore Ciaccio

Pavia
Nato a Sciacca in provincia di Agrigento nel 1993, ho frequentato il Liceo Classico nella mia città natale per poi proseguire gli studi a Pavia, dove mi sono laureato in Lettere Moderne con una tesi dedicata all'architettura normanna in Sicilia.
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