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Cosa insegna la scuola italiana?

I giorni della scuola – Parte II

Ci insegna a leggere, a scrivere, a contare. Ci fa diventare colti cittadini del mondo, ci insegna a misurare l’area di un triangolo, a suonare un flauto di plastica, a conoscere almeno di nome, Sumeri, Assiri e Babilonesi.

Non mi soffermo qui a discutere in merito all’inutilità o all’utilità di infarcire studenti di nozioni per 6 ore al giorno 6 giorni a settimana, quando dai risultati di diversi studi, come l’indagine triennale dell’Ocse, PIAAC, Programme of International Assessment of Adult Competencies, si evidenzia come le abilità di scrittura e lettura in Italia siano drammaticamente e pericolosamente basse: meno di un terzo della popolazione italiana accede pienamente alla comprensione di un testo, mentre oltre il 70% degli adulti in età da lavoro ha a disposizione solo lo scambio orale per orientarsi nella vita quotidiana[1].

Ciò che mi domando in questa sede è: quali valori trasmette la scuola italiana?

Una piccola premessa è necessaria: con valori non intendiamo la nostra esperienza umana di alunni prima e studenti poi, non intendiamo la tipologia di insegnanti che abbiamo incontrato nel nostro percorso; stiamo parlando del messaggio che l’intero sistema scolastico trasmette in modo tacito e implicito.

Il sistema scolastico italiano insegna due cose: l’egualitarismo o e la mediocrità.

Viviamo in una scuola in cui il primo messaggio che passa è: siamo tutti uguali. Tutti i bambini, non importa dove vengano, che lingua parlino, vanno a scuola insieme. Intanto impari anche che andar e a scuola è un diritto e un dovere, che andarci è bello perché impari tante cose, ma anche un grande sbatti quando devi fare i compiti e le sottrazioni a due cifre non le hai proprio ben capite.

Ma la scuola italiana insegna fin da subito la mediocrità e l’assenza di meritocrazia. Infatti, passata la fase in cui la tua autostima dipendeva da quel “bravo/a” che speravi pronunciasse la maestra, se prendi 6 o se prendi 10, tutto sommato, cosa cambia? I compiti sono uguali, le lezioni uguali, cambia solo la pagella, che è un pezzo di carta di cui ad agosto ci si è già dimenticati. La scuola italiana, soprattutto alle superiori, insegna che rimanere sotto la soglia della sufficienza è male e lo dimostra con i debiti a settembre. Insegna che in realtà ciò che conta è rimanere a galla, confondersi nella media, in quel caldo 6.30/ 7 che mette al riparo la media in caso di verifica andata male, ma è perfetto perché non richiede lo sforzo e la fatica di un 8 o 9. Non c’è gloria, ma nemmeno disonore, “la si ha sopra” e l’estate è salva. Certo, avere una buona media dà i crediti della maturità, un pezzo di carta necessario, ma che nessuno guarda. Essere bravi a scuola diventa una sorta di tautologia: uno è bravo, perché è bravo, perché si impegna. Ma la domanda, giustamente, rimane: ma perché essere bravi, (al di là dell’orgoglio e della gratificazione personale) se tutto ciò che cambia è il voto nei quadri e nient’altro?

Premessa numero due: con questo non dico che la valutazione sia da assolutizzare. Ma dal momento che passiamo almeno 10 anni della nostra esistenza a ricevere voti da persone in cattedra, forse sarebbe il caso di non prendere il fenomeno sottogamba.

In Italia, al momento non è previsto e non esiste un modo per premiare chi si impegna, ma solo diversi modi per punire chi non ce la fa: dai debiti alla bocciatura. Non si stimola il miglioramento, l’approfondimento: non c’è nessuna carota da desiderare, ma solo un bastone da evitare.

La democrazia sommata all’assenza di meritocrazia creano un altro fenomeno: l’assenza di selezione. Ogni volta che dobbiamo fare delle scelte relative alla scuola, sulla carta, abbiamo la facoltà di scegliere ciò che preferiamo: dal capac al classico, da ragioneria all’artistico. E lo stesso dopo la maturità: puoi aver frequentato l’istituto professionale e immatricolarti a lettere classiche, aver preso il diploma in estetica e iscriverti a biotecnologie. Dopo aver preso una decisione, si può sempre tornare indietro, cambiare direzione.

In teoria sarebbe fantastico: peccato che in pratica diventi un disastro.

Le università devono organizzare corsi riparatori per chi parte senza aver le competenze necessarie (si pensi ai tutorati di latino e greco a lettere, in cui in 3 mesi si cercano di recuperare 5 anni di studio), quando non si riescono nemmeno ad avere aule abbastanza capienti per gli studenti. In sintesi, le università non riescono ad accettare tutti e si trovano dover fare una selezione. Le modalità e i criteri sono lasciati tutti alla creatività italiana: il politecnico si crea il suo test, alcune università organizzano test di ingresso o individuano criteri selezione validi per alcune facoltà (andando implicitamente a diminuire il valore dei corsi ad accesso libero), per altri corsi come medicina o infermieristica il test è nazionale. Vige il caos e vige l’ingiustizia. Perché si arriva ad un punto in cui l’assenza di criteri di selezione prima, durante il percorso per arrivare all’Università, fa sì che si debba creare una barriera dopo. E a quel punto è davvero difficile trovare un sistema che al contempo rispetti anche il diritto allo studio, soprattutto quando si proviene da scuole diverse, con indirizzi e competenze differenti.

Eppure negli anni precedenti di voti ne abbiamo ricevuti: abbiamo fatto interrogazioni e verifiche, un esame in terza media e un esame nazionale al quinto anno. Questi momenti di valutazione sono totalmente privi di significato?

Non la società, non il mondo del lavoro hanno reso questi esami vuoti e poveri di valore, ma la scuola stessa, nel momento in cui li ha resi privi di effetti, di riscontri, di conseguenze.

Al contrario, la scuola tedesca offre un modello più selettivo e forse più meritocratico. L’accesso al liceo e poi all’università è vincolato all’ottenimento di una determinata media scolastica. I bambini perciò sono spinti ad impegnarsi di più, perché sanno che il loro futuro dipende dai voti che prendono a scuola. Si tratta di un sistema severo, che richiede serietà ai ragazzi durante tutto il loro percorso, perché cambiare strada a metà percorso è molto difficile.

Questa selezione progressiva però permette di tutelare maggiormente chi desidera e merita di proseguire negli studi: le università pubbliche sono gratuite e molte dispongono di campus con mense e dormitori a cui si accede sempre per merito.

La nostra penisola ha sicuramente delle specificità che rendono difficile l’applicazione del modello tedesco qua talis. La meritocrazia e la selezione non sono ontologicamente giusti. Ma è necessario rendere i percorsi scolastici più lineari, in modo che tutti coloro che escano da una stessa facoltà abbiano la stessa soglia minima di competenze. È una garanzia in primis per coloro che studiano, perché conti ciò che si è studiato e non solo dove, ma anche per i datori di lavoro sarebbe un vantaggio, perché avrebbero la certezza che una laurea non è solo un pezzo di carta, ma è sinonimo di conoscenze e competenze.

La selezione progressiva permetterebbe di usare in modo più strategico i fondi destinati alla scuola e all’Università, rendendo il percorso scolastico più efficace ed efficiente, rendendo manifesto e trasparente il criterio con cui si può accedere agli studi superiori. In Italia, sulla carta tutti potrebbero accedervi. Ma, nel momento in cui uno studente si immatricola, deve mettere in conto una retta a tre cifre. È vero, esistono le borse di studio, ma ogni Università si organizza in modo autonomo ed è molto diverso iscriversi avendo la certezza che il percorso sarà gratuito come la scuola superiore, oppure sapere che il proprio futuro dipende interamente da una borsa che si può perdere o non vincere. Garantire il diritto di studio solo su carta, significa imporre dei taciti criteri, spesso meramente economici.

La selezione su base meritocratica, sul percorso che i ragazzi svolgono negli anni, non porterebbe necessariamente alla formazione di squali assetati di competizione. Naturalmente la presenza di uno sbarramento avrebbe delle conseguenze, ma tali effetti possono essere di competizione, cooperazione o coopetizione: dipende tutto da come si imposta il lavoro in classe. Se si lavora in gruppo, si incoraggia una determinata metodologia di lavoro, se al contrario si lavora sempre da soli gli uni contro gli altri, si favorisce un’altra mentalità. E anche in quest’ultimo caso, si possono premiare atteggiamenti da squali o da leader positivi.

La meritocrazia rappresenterebbe quindi un criterio esplicito e manifesto, un criterio uguale per tutti, come ci insegnano a scuola. Un criterio che tenga conto dei progressi, del percorso svolto e che non valuti solo le crocette azzeccate una mattina.

Non possiamo pensare di lavorare in un’Italia meritocratica, in cui conti cosa si fare e come lo si fa (e non chi si conosce e da dove si provenga), se la meritocrazia non si respira fin dai banchi di scuola.
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Ilaria Rossini

Ilaria Rossini

Sono nata in una notte afosa del luglio 1994 a Milano, dove ho sempre vissuto. Sono del cancro con ascendente ariete, che tradotto significa sensibile e testarda. Nonostante (o grazie) alle mie letture astrologiche, sono uscita dal Liceo Ginnasio Classico Berchet. Poi sempre in un afoso giorno di luglio mi sono laureata in Lettere Moderne all’Università Cattolica del Sacro Cuore, con una tesi sulla riscrittura funzionale. Mi piace la comunicazione, dalla sua etimologia in giù. Credo in quel cum munis, cioè nel mettere in comune, nel trasmettere un messaggio, istituendo un rapporto di comprensione e partecipazione con l’altro. Apprezzo tutte le forme in cui fino ad ora si è provato a comunicare: dalla letteratura, al teatro, all’arte, al cinema, alla pubblicità passando per le serie tv, i social e tutte le forme di storytelling. Credo sia per questo motivo che sto studiando Comunicazione per l’impresa, i media e le organizzazioni complesse in Cattolica.
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