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Contro il merito?

I giorni della scuola – Parte IV

“Merito”. Se c’è una parola che più di ogni altra ha segnato gli ultimi 30 anni, questa è “merito”. Meritevole dev’essere chi va a scuola, meritevole chi pretende una posizione migliore sul posto di lavoro, meritevoli devono essere i rappresentati politici. Il merito è diventato giudice assoluto della vita associata.

In nome del merito e della meritocrazia sono fioccate riforme e leggi. Sono state fatte scelte e prese decisioni. Scelte e decisioni che hanno conseguenze sulla vita di ciascuno di noi.

Ma, come scriveva Giorgio Agamben «se […] la terminologia è il momento propriamente poetico del pensiero, allora le scelte terminologiche non possono mai essere neutrali[1]». Riflettere sul significato di merito non è allora questione da poco. Né è da poco ragionare sul senso dell’espressione “essere il migliore”, un’espressione “sorella” del “merito”.

scuolaIntanto. “Meglio” e “peggio” sono sempre relativi e mai assoluti. Relativi all’azione (io posso essere il miglior matematico del mondo e contemporaneamente il peggior giocatore di basket che si sia mai visto). Relativi al contesto (sono davvero il corridore migliore se parto da un metro dal traguardo mentre gli altri partono cento metri più indietro?).

Considerazioni banali, direte voi. Può essere. Ma se l’azione e il contesto definiscono il giudizio non è possibile ignorarli. Eppure ciò avviene. Sistematicamente si fa finta di non vedere che c’è chi, in questa società, parte dal metro novantanove e chi dal meno cento. Si fa finta di non considerare che a far uguali tra diversi si rende i diversi ancora più differenti.

Si crede che bastino i voti. La trasformazione di azioni e prestazioni in un numero. Certo, il vantaggio è che così si comparano prestazioni e azioni diverse, le si rendono omogenee anche quando non lo sono. Dal giudizio quantitativo si passa al giudizio qualitativo e il voto più alto diventa la nota di “merito”. La scuola ci insegna fin da piccoli che questo sistema è il più razionale, il più semplice ed efficace.

Ma in questo modo che fine fa il contesto? il tipo di azione? le qualità che effettivamente vengono espresse agendo in un modo o in un altro?

Spariti. Tutti risucchiati nel buco nero del numero.

Al punto che si produce un esito paradossale. Da mezzo, il numero diventa fine. Si studia per prendere 6, per il 10, per non prendere 4.

Da strumento per comparare elementi diversi diventa lo scopo. Il senso dello studio, il senso del rapportarsi agli altri, del lavorare in comune, di tutto ciò che rende il vivere sociale degno di essere vissuto si riduce a battere gli altri, a superarli (a volte con la frode), a prendere il bel voto.

E viene inesorabilmente risucchiata anche un’altra cosa, non meno importante: il diritto. Il diritto è ciò che permette di tenere conto del contesto in cui si opera e dell’azione che si fa. Il diritto e non il merito. Il diritto che fa da contrappunto al “merito”, anzi, più che da contrappunto si può dire che ci spesso a pugni. Dove c’è merito non c’è (quasi mai) diritto. O meglio, un diritto c’è: è quello del più forte.

Sembra un’affermazione fin troppo forte questa. Merito e diritto vanno di pari passo – sosterrà forse qualcuno – e se non vanno di pari passo dovrebbero essere così.

A parte che come diceva Hegel il dover-essere «sa Dio dove dovrebbe essere[2]», ma poi basta un esempio un po’ estremo (ma si sa che estremizzando spesso si colgono meglio le sfumature) per chiarire perché merito e diritto hanno ben poco a che spartire tra loro. Se vado al pronto soccorso con un graffio sul dito e il mio vicino con la gamba in cancrena, chi verrà curato? Lui che, indipendentemente dai suoi meriti e demeriti, sta morendo o io?

Perché in fondo di questo stiamo parlando: delle concrete possibilità di vivere in società che questa stessa società offre ai suoi membri. Concrete possibilità che riguardano anche l’emancipazione dall’incultura, dall’abbrutimento intellettuale. Il «fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza»…

Come possiamo lamentarci che il 70% della popolazione è analfabeta funzionale se poi non diamo a tutti la possibilità di crescere, di apprendere, di interessarsi al mondo? Se li abituiamo a prendere anche 10 ma solo per il fatto di prenderlo e non perché il sapere è un mattone fondamentale per costruire la nostra persona?

Si dirà che in un modo in cui i più puntano al 6 è già molto se li si obbliga a puntare al 10. Può darsi. Ma la condizione perché qualcuno sia “migliore” è che c’è qualcuno di “peggiore”. Qualcuno che prende 6, 4, 2 ci sarà sempre. E con lui cosa facciamo? Lo scartiamo? Applichiamo una sana politica di eugenetica culturale o professionale?

Attenzione. Non si tratta di premiare il demerito, il pressapochismo, il 6 politico anche senza aver aperto libro. (Che poi, sarebbe meglio un 10 preso imparando il libro a memoria senza capire un acca di quanto ci sta scritto?). Non si tratta nemmeno di sostenere che «in un mondo che ci obbliga all’eccellenza fare schifo è un gesto rivoluzionario».

Tutt’altro! Siamo i primi a sostenere l’intransigenza del dovere. Siamo i primi ad associarci a Gramsci quando scriveva che l’intransigenza è «il predicato necessario del carattere […] è l’unica prova che una determinata collettività esiste come organismo sociale vivo, ha cioè un fine, una volontà unica, una maturità di pensiero».

Ma che sia un dovere volontariamente accettato, frutto dell’autodisciplina e non di un’imposizione coatta.

Non la sfida competitiva del tutti contro tutti, ma l’armonica cooperazione dell’individuo associato agli altri. Un’associazione che permette di uscire dalla propria angusta visuale e di lavorare con gli altri, per gli altri. E allora il merito sarà un merito della società. Un merito di tutti, che non cozza con il diritto, con la possibilità di emanciparsi.

Bisogna perciò essere contro il merito? No. Contro la meritocrazia!

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Simone Coletto

Simone Coletto

Nato a Milano, classe 1993, laurea in Filosofia presso l’Università degli Studi di Pavia; lettore e appassionato di politica da sempre, ho avvicinato gli studi filosofici sui banchi del liceo (classico) e da lì ho compreso come questa disciplina dia ad ognuno la possibilità di capire e modificare il mondo.
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