Confucio e il filo che lega il sapere

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Tempio confuciano a Kaohsiung, Taiwan.

Ti capita di leggere un libro. Non ti dispiace, rimani incuriosito. Ti interessa la cultura dell’autore, il suo paese, il fatto che da quell’autore sia nata una religione. E studi quella religione, e non ti piace tanto, e allora approfondisci le altre religioni dello stesso paese.

Poi, dopo dieci anni, ti regalano un libro. Quel libro. E allora lo rileggi. E ti chiedi che cosa non fosse andato la volta precedente, cosa ti avesse lasciato tutto sommato freddo, e cosa ti avesse portato, tra l’altro, nelle braccia degli autori che sempre si erano opposti a quel libro.

I Detti di Confucio, scritti dai suoi discepoli poco dopo la sua morte, nel 479 a. C. (era più o meno contemporaneo di Eraclito, per farci un’idea), si presentano come una raccolta eterogenea di massime, dialoghi, frammenti di conversazioni, aforismi. Alcuni, di indubbia arguzia: avevo già notato quel «Studiare senza pensare è inutile. Pensare senza studiare, è pericoloso»  che mi ero scritto in cima ad ogni quaderno, per ricordarmi che credere di sapere è peggio del non sapere. Per gli altri, dovevano passare dieci anni perché li capissi, e li apprezzassi.

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Statua di Confucio

Non era un uomo simpatico, questo Confucio, bisogna dire. Intanto, non era affatto democratico: diceva che «non bisogna disturbare il conducente», modo raffinato per dire che chi governa deve essere lasciato stare. Non era amante nemmeno del lavoro manuale o della tecnica: una volta rimbrottò un allievo, dicendogli che era meglio chiedere ad un vecchio contadino. Anche sulle donne, ci sarebbe molto da obiettare: «Le donne e i subalterni – dice – sono i più difficili da trattare. Se sei amichevole, diventano invadenti; se sei distante, ti serbano rancore». No, non troppo simpatico, il soggetto.

Eppure, era capace di una sintesi e un’arguzia molto vicine alla poesia. Su ogni sua frase sarebbe necessaria una lunga riflessione. Un esempio: «Guarda cosa fa un uomo; guarda ciò che dice; guarda ciò che lo appaga. Cos’altro potrebbe nasconderti?» Cosa fa, cosa dice, cosa lo soddisfa, e dunque ciò che cerca. Confucio non ha bisogno di altro per descrivere un uomo.

Più lo si legge, più viene voglia di scrivere un commento passo per passo, ad ogni massima. «Il gentiluomo bada all’insieme più che ai particolari. L’uomo da poco bada ai particolari e non all’insieme» è una frase che ci colpisce: oggi siamo abituati a sentire l’elogio del dettaglio. Anzi, il dettaglio che diventa improvvisamente enorme, la cosa fondamentale: si pensi a Kafka, a Joyce, a Proust. Invece, il nostro pragmatico filosofo cinese ci dice il contrario.

E se pensiamo, ad esempio, a quando studiamo qualcosa, possiamo dargli ragione. Quante volte ci è capitato di studiare dei particolari che ci sembravano insignificanti. Ci sembravano tali perché non conoscevamo l’insieme: è solo conoscendo l’insieme che si capisce l’importanza di un particolare. Lo si vede bene quando, per esempio, bisogna spiegare il contenuto di un libro, bisogna commentarlo. La cosa più facile è andare a prendere il singolo passaggio, il singolo pezzettino, e parlare di quello. Sì, ma cosa voleva dire Joyce? Cosa voleva dire Dante? Questo a volte ci sfugge, quando leggiamo. E anche quando leggiamo la realtà, ci soffermiamo sull’inessenziale, ingigantiamo il fatto di cronaca, ci sfugge il quadro d’insieme.

81dMgKaMBmLAltrove, sostiene: «La vera sapienza consiste nel riconoscere di sapere quello che si sa e di non sapere quello che non si sa». Ora, se si pensa ai problemi che genera il motto di Socrate, «so di non sapere», Confucio rivela un modo di pensare molto più semplificato: so quello che so, non so quello che non so. Non si pone il problema astratto del sapere. Per lui conta il sapere concreto: il sapere non è mai totale, generale: è sempre un sapere specifico, un sapere quella determinata cosa. È anche per questo che afferma alcune volte che non si può insegnare la stessa cosa a persone diverse.

È una frase che in un primo momento fa strabuzzare gli occhi; poi pensiamo che anche noi abbiamo percorsi di studio diversificati, da una certa età in poi, e ci tranquillizziamo. Ma in realtà insegnare cose diverse a persone diverse implica una concezione della cultura come addestramento, e non semplicemente come erudizione. È qualcosa che abbiamo completamente perso: nella nostra società non c’è più spazio per un rapporto maestro-allievo, a due, a tu per tu. L’insegnamento si officia sempre da uno a molti. E ciò ci fa perdere molte cose importanti: la possibilità di essre conosciuti bene dal maestro, e quindi essere corretti secondo la propria indole; la possibilità di confrontarsi col maestro, e di lottare con lui, per eguagliarlo (il superamento del maestro è cosa ancora poco accettata nella Cina del V secolo).

Non solo: abbiamo perso un modo di pensare la cultura mille miglia distante dal cretinismo specializzato, dall’uomo «a una dimensione», per dirla con Marcuse: È un addestramento fisico, morale, intellettuale e artistico: non c’è divisione fra questi campi. Leggendo i Detti, sembra ogni volta di passare spesso di palo in frasca: e invece no. Tutto si interseca e tutto concorre a formare il gentiluomo, l’uomo in grado di governare la società. Come in Socrate, come in Platone, il suo orizzonte è etico e politico: egli gira di sovrano in sovrano, chiedendo ospitalità e chiedendo la possibilità per istruire la sua classe dirigente.

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Cartina politica del Periodo degli Stati Combattenti, successivo a quello delle Primavere e Autunni. La situazione di frammentazione rimane comunque invariata dal crollo della dinastia Zhou (VIII secolo); i confini che tendono più a variare nel tempo sono quelli al centro della cartina.

Confucio visse in un’epoca, definita «delle Primavere e degli Autunni», in cui l’antico impero Zhou si era disgregato in tanti staterelli, dando origine a lunghe guerre tra signori feudali. Il compito a cui tenderà per tutta la vita sarà la riunificazione della Cina sotto un unico sovrano, reinstaurando così il vecchio potere degli Zhou. Ironia della sorte, il primo imperatore della Cina sarà Qin Shi Huangdi (quello delle statue di terracotta di Xi’an, per intenderci), che aderiva invece alla scuola legista, legata al taoismo, completamente contrapposta alla religione confuciana.

Non riuscirà mai nella sua impresa. Ma quello che rimane nei Detti, è la figura di quest’uomo, che si ostinava a ricercare qualcosa che anche lui sospettava impossibile. Che non si dava mai per vinto, e continuava a insegnare e a credere negli uomini, a credere che potessero migliorarsi, e mettersi in sintonia con la divinità e la natura. «Natura è cultura, cultura è natura», diceva: non ci doveva essere conflitto, non ci doveva essere differenza.

Ecco, i Detti hanno questo, di veramente bello: ci restituiscono il pensiero, i gesti, i modi di dire di un uomo vissuto quasi duemila e cinquecento anni fa. Confucio era un uomo pieno di entusiasmo, che quando sentiva una musica particolarmente bella si dimenticava persino di mangiare; ed era un uomo che sempre si è chiesto se valesse la pena vivere, e come.

Un giorno, un discepolo gli chiese come facesse a sapere tutte queste cose, a imparare così tante cose e trattenerle tutte nella sua testa. Lui rispose: «No. Ho un solo filo che le lega tutte». Forse è l’insegnamento che più dobbiamo tenerci stretto. Sapere come legare le cose insieme. Sapere che la molteplicità del mondo non è apparenza; è realtà. Ma che, nondimeno, esiste un modo per tenerla assieme, per racchiuderla tutta in un unico sguardo.

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Gabriele Stilli

Gabriele Stilli

24 anni, abita a Pantigliate, paesino minuscolo sperdutissimo tra campi palazzi e papaveri nel sud est milanese. Maturità classica, laurea in Lettere presso l'Università di Pavia, con una tesi sul poeta Umberto Bellintani. Quella specie di discorso in cui si va a capo spesso e si dicono tante cose vere e forti lo stregò in tenera età, e da allora scribacchia poesie. Da molti anni si è rassegnato ad ascrivere la letteratura a disciplina umanistica, e non al rigoroso ambito delle scienze. Nutre ancora qualche dubbio, però.
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