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Città e bellezza ai tempi dell’Isis

Stavamo dimenticandoci di Parigi, di Berlino, Manchester, ed ecco che, di nuovo, la Storia ha bussato. E con lei, questi terroristi che colpiscono in modo imprevedibile, questi terroristi che sembrano saltati fuori così, per caso, un lontanissimo 11 settembre, come quelle malattie che non si sa come ti capitano fra capo e collo – ti svegli un giorno, e non respiri bene, o non parli più, o hai una certa chiazza proprio sullo stomaco, e non riesci a capire cos’è. Prima lo ignori, poi, quando non puoi fare a meno di vederlo, inizi la trafila dei medici. Ci vorranno anni prima che si riesca a capire cos’hai, e intanto il male, zitto zitto, si è esteso, si è ramificato, ha incominciato a modificare la tua vita, a diventare sempre meno gestibile.

Questo male incomincia a modificare le città. Prima sono arrivati i soldati, e le camionette. Poi i famosi blocchi di cemento, posti nei punti di grande passaggio per prevenire gli attentatori. Recentemente, l’architetto Stefano Boeri li ha criticati dal punto di vista estetico, proponendo la creazione di un comitato di designer, architetti, studenti e artisti per la ridefinizione di queste barriere.

La proposta ha un che di entusiasmante e di fastidioso insieme. Entusiasmante perché mettere insieme designer, artisti, architetti e persino studenti è esattamente ciò che serve oggi, in un momento in cui nessuno parla con nessuno. Aggiungerei anche poeti, scrittori, musicisti, e chiunque abbia interesse nella città. Però mette anche un certo sapore dolciastro in bocca. Ha qualcosa di radical chic, di un certo gusto salottiero. La questione sembra oziosa, di secondo piano rispetto alle vite umane. Anche quando studi l’arte da una vita, e sei d’accordo che quegli affari sono delle brutture, c’è sempre una vocina che ti dice: ci sono cose più pressanti dell’estetica.

New Jersey antiterrorismo a Milano (urbanfile.org)

Porsi il problema, in un’epoca in cui l’arte è divenuta superflua, è purtroppo doveroso. Rispondere è arduo. Ma in questo caso la questione è ancora diversa: quelle barriere, belle o brutte che siano, non sono semplicemente una cosa un oggetto che serve a prevenire il terrorismo. Prima ancora che essere «brutte», sono la manifestazione della ferita della nostra società.

Sono il sigillo della nostra malattia, la sua manifestazione visibile in ogni momento. Le abbiamo lì, davanti agli occhi, nella loro bruttezza, a dirci ogni giorno che il terrorismo c’è, e può attaccare da un momento all’altro. E, d’altra parte, non possiamo nemmeno fingere di essere sani. Ci stiamo abituando, non c’è più la reazione di due anni fa. Due anni fa eravamo tutti Charlie, tutti eravamo Parigi. La malattia si è cronicizzata. Al punto che la stessa eventualità del terrorismo è divenuta elemento del paesaggio.

La malattia, lo sappiamo, non si cura con l’estetica e con l’arte. Ma l’arte, quella vera, non è mai invano, perché il suo punto di vista non è all’oggi, ma al sempre. All’oggi compreso nel sempre. Un giorno il terrorismo islamico sarà qualcosa di molto lontano, sarà come per noi le guerre di religione in Francia o come l’assassinio di Cesare. Eppure, se mutiamo prospettiva, quanto sono vicine le guerre di religione, quanto è vicino Cesare. «Non si può scendere due volte nello stesso fiume», diceva, come si sa, Eraclito. Eppure il fiume è sempre se stesso, anche se ha acqua nuova. Qualcosa rimane, sia un frammento, sia un po’ di polvere. Il compito dell’arte è di raccogliere questa polvere, passarla al setaccio. È la Storia passata al setaccio dell’eterno. Cosa ci interessa di Farinata degli Uberti, di Ciacco, Filippo Argenti? Quasi niente. Ma è come li ha cantati Dante a renderli davvero immortali.

E le arti ci insegnano a rapportarci con i luoghi, ci ricordano che è vitale per noi vivere in luoghi in cui valga la pena di vivere. In luoghi che siano nostri, che possiamo sentire nostri. Luoghi che siano carichi di storie, di vite passate, di cose successe. Che siano successe veramente, o in un romanzo, non è in realtà così diverso. A Venezia qualche Shylock girava per davvero. Luoghi che ci rispondano. Perché l’arte è strettamente connessa ai luoghi, e viceversa.

Je sui charlie

Due anni fa eravamo tutti Charlie. Adesso chi siamo?

Noi normalmente quando spieghiamo Van Gogh diciamo che ha messo la sua interiorità nei campi di grano che dipingeva. Diciamo che Van Gogh trasfigura le cose, le fa paesaggio interiore. Ma siamo sicuri che in realtà non abbia invece mostrato la vera natura di quel campo? E che se lui ha trasfigurato il campo, questo è perché il campo ha prima trasfigurato lui? Non sarà forse che lo spieghiamo in quel modo perché non siamo più capaci di comprendere il rapporto tra noi e le cose, di sentire un rapporto arcano e antico che solo alcuni artisti sentono?

Invece, la nostra realtà è tristemente schizofrenica. Da un lato abbiamo la vecchia e mai sopita ideologia pragmatica del «brutto ma necessario», per cui i vecchi tram non vengono riparati ma sostituiti, per cui si costruisce un parcheggio sotto la chiesa di S. Ambrogio senza che nessuno muova un dito. E figli di questa ideologia sono anche i blocchi di cemento[1] di cui sopra. In questo senso, ben venga la proposta di Boeri. Ma è appena la punta dell’iceberg.

Dall’altro lato, infatti, abbiamo la nuova, rampante ideologia della «bellezza», che invade i luoghi di cultura, le mostre, le scelte nei restauri (tipo il recente restauro della Galleria di Milano), proponendoci un’immagine oleografica bidimensionale delle opere d’arte, un’immagine disneyana dove tutto, alla fine, è ricondotto al proprio godimento personale.

Ma le cose non stanno esattamente così: il Colosseo non è semplicemente «bello». È un insieme di morte e grandezza e orrore; è la linea di quegli archi e la piazza intorno. È un simbolo eterno di potenza e di gloria, è una continua contraddizione tra un’architettura magnifica e una funzione orrenda. Per questo è così sconvolgente. Santa Maria delle Grazie è invece un pizzo raffinatissimo di colori, e insieme un’atmosfera tenue, dimessa. «Bellezza»; «Grande bellezza», sono tutte parole con cui ci riempiamo la bocca, ma non ci permettono di capire le differenze, di capire che se fosse semplicemente una questione di gradevolezza dell’occhio, ogni opera d’arte sarebbe semplicemente un bell’oggetto qualunque. 

È così che abbiamo trasformato le nostre città in grandi Luna Park, dove tutto è finto, tutto è messo apposta per essere guardato. Firenze, per dirne una, è l’apoteosi della città-vetrina dove tutto ciò che vediamo è «bello», ma senza anima. E non è che le altre città stiano meglio. La maggior parte dei luoghi in cui viviamo è senza anima. E il dramma è che lo sappiamo benissimo. Dire che un centro commerciale è un orrore è diventato banale. Marc Augé, con la sua filosofia dei non-luoghi, è talmente ovvio da essere superato. Ma questo non ci impedisce di continuare come se niente fosse, e di sentirci «integrati» in una società di cartapesta. 

E questo, per quanto possa apparire strano, fa sempre parte della malattia. Ti guardi allo specchio, esamini il tuo caso: il male non è semplicemente qualcosa di alieno che ti assale da un giorno all’altro. Il male cresce con te, è nella tua vita, in quello che hai fatto, negli errori che hai commesso. E poi ha preso quella brutta forma lì, a cui cerchi di non pensare e invece vedi dappertutto, vivi e sperimenti dappertutto. Il male, insomma, ha radici più profonde e lontane di quello che credi. 

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Gabriele Stilli

Gabriele Stilli

24 anni, abita a Pantigliate, paesino minuscolo sperdutissimo tra campi palazzi e papaveri nel sud est milanese: maturità classica, poi laurea in Lettere a Pavia. In tenera età venne stregato da quelle cose che si scrivono andando a capo spesso, e da allora scribacchia poesie. Da molti anni si è rassegnato ad ascrivere la letteratura tra le discipline umanistiche e non al rigoroso ambito delle scienze. Nutre ancora qualche dubbio, però.