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Il prossimo uragano porterà il tuo nome

Gustav Klimt, Danae, 1907-1908

Gustav Klimt, Danae, 1907-1908

L’abbiamo aspettato tanto: Cane magro, il libro di Chiara de Cillis, edito da Italic Pequod. Avevamo già pubblicato due sue poesie (qui e qui), qualche tempo fa. È un libro piccolo, bianco, impalpabile. Tutte le parole di Cane magro sono impalpabili, anche quando si mostrano poderose, e diventano temporali; anche quando la parola è violenza, è amore violento, abbiamo sempre la percezione di qualcosa che manca e che la poesia insegue sempre. 

Come la poesia mistica araba, le poesie di Chiara de Cillis hanno sempre un tu, che altri non è che la persona amata. Anzi, in questo caso, la persona che ama. E qui vediamo la prima differenza, la prima particolarità. Il poeta è metà del discorso, metà di un discorso in cui l’altro tace, sempre, non può che tacere, non perché troppo lontano irraggiungibile, ma perché pura forza, puro atto, puro sentimento. E attraverso il parlare sommesso, avvolgente caldo del poeta, scopriamo la furia e il tumulto dell’altro. Proprio come in questa lunga poesia, che riportiamo nella sua interezza.

Ma, un attimo. Non si può leggerla così, distrattamente, tra una cosa e l’altra. Lasciate per un attimo le vostre occupazioni, abbassate il fuoco sul fornello perché non bruci, prendetevi qualche minuto di totale, intima concentrazione. Chiudete gli occhi per un secondo, fate il vuoto in voi stessi. 

Ecco, sì, così. Ora siete pronti.  

15.

Il prossimo uragano
porterà il tuo nome –
il tuo nome di terra
e di pietra calda –
e infurierai sul tetto
delle mie dimore,
della mia casa in provincia:
li spegnerai, i dolci focolari
domestici, non cuoceranno
le castagne delle nonne,
avranno lo stomaco vuoto
i nipotini, li avvizzirai
gelando quella fragile
gioia d’infanti, tu:
sciamannata furia
sorta da un nuvolame.
Come mi piacerebbe
potere arrestare
il tuo incedere spietato,
bloccare il tuo passo
scalciante, scalciarti,
trottola maldestra!
Ho costruito una città, sudato
lacrime su questi grattacieli,
ma le mie palme già
si piegano
se appena tu schiudi
la bocca
e accenni
un filo

d’aria.

Gustav Klimt, Il bacio, 1907.1908

Gustav Klimt, Il bacio, 1907.1908

Appare come una forza incontrollabile questo amore, un uragano che si avvicina minaccioso e tremendo nelle sue nuvole viola; una forza sacra e primordiale, che, invece di essere un rifugio intimo, spezza l’intimità, spezza il conosciuto, il sicuro, le castagne della nonna, i tetti del paese conosciuto di provincia, la vita e le «cose usate», come direbbe Montale. In altre poesie sarà una  «corrente / – violenta – / che strappa gli ormeggi». Al poeta, all’amato, non resta che piegarsi al respiro dell’amante, cedere alla sua energia misterica. Il respiro dell’amante è già soffio vitale, un rito iniziatico ad una nuova vita. Non resta che lasciarsi pervadere, e cercare la parola per cantarne l’ineluttabile passaggio. 

14.

Quando consideravo sacra

qualsiasi cosa tu toccassi

E io stessa mi facevo

tempio sotto le tue mani.

L’immagine del tempio, degli innamorati che inaugurano una propria personale religione in cui sono esseri divini l’uno per l’altro ritorna nella poesia di Chiara de Cillis, nei suoi mille boschi e nei suoi mille amplessi. Seppur con una certa varietà di toni, le quaranta poesie della raccolta si rincorrono l’un l’altra, costituiscono un corpus stabile, massiccio quasi, come se fossero state scritte tutte lo stesso giorno. La voce che parla è sempre quella, ora più seria, ora più ironica: ma sempre calda, sempre costruita su versi brevi modulati, a volte zufolanti.

Tutto è energia in Cane magro, al punto che appare superfluo perdersi in osservazioni formali; ma sempre il componimento è di grande fattura tecnica: ogni taglio del verso è poetico, ogni parola strettamente necessaria. Addirittura ogni tanto troviamo preziosismi, parole antiche e perse nell’italiano corrente. E, nonostante questo, sempre si capisce tutto, sempre risulta chiara, cristallina, aderente all’immagine che vuole esprimere. È molto raro riuscire a tenere insieme le due cose, rigore formale e coerenza del contenuto. Molto più facile prendere il volo delle parole a caso, che stanno insieme perché “hanno un bel suono”; oppure scrivere praticamente in prosa andando a capo spesso. (Nota moralistica: la gran parte della poesia che oggi si produce in Italia è fatta in questi due modi. Qualcuno riesce anche a metterli insieme. Fine della nota moralistica). Al contrario, in Cane magro emerge un modo di scrivere semplice, eppure mai trascurato stilisticamente: 

11.

Si sveglia in un acquare
di rugiada e nebbia la terra;
la strada è lunga e il viaggio
così breve: una notte nel mondo,
uno scolare dopo il temporale
di vetri lisci, pareti e ringhiere;
il Ciaf delle macchine inzaccherate
di fango dalle pozzanghere
– fuma di vite or ora alzate –
ed è un pioppeto oltre il crocicchio
a segnare il confine dell’occhio
e tutt’attorno a cime sta assopita
                                 [la mia anima confusa
(coltre di goccioline minuscole)

che tutto quanto sogna d’abbracciare.

Gustav Klimt, Vita e morte, 1908-1916

Gustav Klimt, Vita e morte, 1908-1916

Qui le parole si fanno acqua, sono gocce di pioggia, sono scrosciare d’acqua sui pneumatici, sull’asfalto, grazie ad un ritmo di due accenti, poi tre, quasi quattro, che cambia velocemente; e tutta una serie di assonanze che si rincorre a fine verso. Massima aderenza del significato con il suo significante, anche se questa volta l’esperienza che la poesia vuole esprimere non è subito afferrabile, non è identificabile in un’azione, o incasellabile in categorie prefabbricate come «amore» «sacro» «religioso» ecc. ecc. Eppure ancora una volta è amore ed è sacro, è lo spaesamento di un’anima confusa che vorrebbe abbracciare il tutto, di un’anima fatta di goccioline minuscole esattamente come le gocce che vede tutt’intorno, fino al pioppeto che chiude il confine. È l’urgenza di essere, di esserci, la grande forza di questa poesia. Cane magro ha una sua visione del mondo, intrisa di sacralità del reale, così totalmente aliena dalla contemporaneità da renderla un fatto isolato nella giovane poesia italiana, se non fosse per quella del nostro Rudy Toffanetti, del quale condivide lo sguardo, la ricerca di una realtà altra dalla quotidianità. 

La quotidianità. Forse è proprio lei, la trita nera quotidianità, la nemica peggiore dei poeti. «La barca dell’amore si è spezzata contro la vita quotidiana» scrisse Majakovskij prima di morire. Il russo ha una parola  per «vita quotidiana»: быт. Differisce da «essere» (быть) per una sola lettera. La differenza tra le due parole è pressoché impronunciabile per noi italiani. Eppure in quella mezza consonante c’è la stessa distanza tra la vita e la morte, per Majakovskij. In quel momento, «vita quotidiana» per Majakovskij significava la banalità, l’ovvietà, la mancanza di un senso. O, come dicevano gli Indiani d’America quando gli si chiedeva di descrivere la vita dell’uomo bianco, «una vita senza gloria». L’amore, per Chiara de Cillis, è l’antidoto al быт, è l’uragano che soffia contro le tende della vita domestica. È quel richiamo primordiale, quella forza, che fa perdere tutte le parole, fa emettere solo «versi», come uno strano metallo radioattivo. Come un cane magro, che non ulula alla luna, ma alla finestra della persona amata. Anche quando dalla finestra non si vede luce. Ma il cane magro lo sa che lì c’è il suo amore. Non è così? 

3.

Ho perso le parole

emetto solo versi

Non più lupo alla luna
ma cane magro,
di strada,
alla tua finestra

– spenta.

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Gabriele Stilli

Gabriele Stilli

24 anni, abita a Pantigliate, paesino minuscolo sperdutissimo tra campi palazzi e papaveri nel sud est milanese: maturità classica, poi laurea in Lettere a Pavia. In tenera età venne stregato da quelle cose che si scrivono andando a capo spesso, e da allora scribacchia poesie. Da molti anni si è rassegnato ad ascrivere la letteratura tra le discipline umanistiche e non al rigoroso ambito delle scienze. Nutre ancora qualche dubbio, però.