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La canzone ha davvero bisogno del Nobel?

Alcuni vincitori del Nobel (da sinistra verso destra): Lord Byron, George Orwell, Georg W. F. Hegel, Ernest Hemingway.

Beh, che dire. Il Nobel per la Letteratura a Bob Dylan. Nessuno se l’aspettava (tantomeno noi). Anche il mondo letterario ci ha messo un po’ a recepire. Non è cosa da tutti i giorni,  in effetti.

Che dire. Che si spera che d’ora in poi i nostri cantautori non vengano più guardati dall’alto in basso, con snobismo; che i De André, i Brassens,  trovino un loro posto in ciò che chiamiamo “cultura”; che la si finisca una buona volta con le arti di serie A e di serie B. Quindi, perché no?

Eppure c’è qualcosa che stride. Non so bene cosa, ma stride. Un qualcosa come di fuori posto, di non appropriato. Un qualcosa… Dunque,  fatemi ricapitolare. Arti di serie A e di serie B, dicevamo. Ma quali sono quelle di serie A? E quelle di serie B? La poesia è ancora davvero considerata un’arte di prima categoria? E la pittura? La scultura? Non ho mai provato ad andare in giro a chiedere alla gente se conoscesse il nome di un poeta nato dopo Montale o di uno scultore nato dopo Lucio Fontana. Se lo facessi,  sono quasi sicuro che nel migliore dei casi mi chiederebbero chi mai sia questo Lucio Fontana. Nel peggiore, chi sia Montale. E ora il Nobel va a Bob Dylan…
Ecco, ora che ci penso, mi è venuta in mente una cosa. 

bob-dylanRicordate il Piccolo Principe? Quando parla dell’astronomo turco? Sì… l’astronomo turco… Eddai,  un po’ di memoria… Va beh, nel Piccolo Principe c’è quest’astronomo che aveva avvistato un asteroide, era andato al Congresso Internazionale con i suoi vestiti da turco,   per annunciare la scoperta,  e nessuno gli aveva creduto. Un bel problema. Allora ebbe un’idea: ci ritornò vestito all’europea, e questa volta ebbe un gran successo.

Ecco, adesso capisco questo rumore, questa cosa che mi strideva nelle orecchie quando ho sentito “Nobel” e “Bob Dylan” insieme. Purtroppo, i letterati oggi sono un po’ gli astronomi turchi della situazione. Abituati a vestire in un certo modo, a parlare in un certo modo , fino a ieri considerato onorevole, di pregio, oggi si trovano ad essere antiquati, ridicoli. E quindi anche il Nobel per la Letteratura  ha perso parte dek suo prestigio. Ricordate le critiche a in seguito alla nomina di Patrick Modiano?

È così che,  piano piano, si fa avanti l’ipotesi di un vernissage. Si cambia il vestito, sperando questa volta in un successone. Che,  in effetti non è tardato a venire.  Ecco perché il nobel a Bob Dylan ha il sapore di una resa. Resa che, poi, se ci si pensa bene, non differisce di molto da quanto si verifica da sempre nelle Accademie, in materia linguistica: la gente,  parlando,  fa degli errori , introduce dei cambiamenti; questi cambiamenti prendono sempre più piede fino a quando il linguista non li può ignorare. L’Accademia in un primo momento resiste; i parlanti,  imperterriti,  perseverano nell’errore; l’Accademia resiste, resiste, resiste fino a quando non ne può più e modifica la norma. E pace santa.

why-bob-dylan-won39t-win-the-nobel-prizeMi sembra che il procedimento sia lo stesso; ed è per questo che, nel suo insieme, ha qualcosa di goffo. Bob Dylan non è una novità. Non è un autore rivoluzionario di questi tempi. Lo è stato, ma quando nessuno si sognava di conferirgli un Nobel. Se il Nobel viene adesso, ha il sapore di un atto dovuto. O, peggio, riparatorio. Non è vero che non c’erano scrittori o poeti degni di tale riconoscimento; c’era Adonis, c’era David Grossman, c’era Philiph Roth; o anche McCarty e forse (lo conosco ancora poco, ammetto) Murakami. E anche tra i cantautori c’è effettivamente molto tra cui scegliere, anche se il genere è in declino (altra ragione dell’artificiosità dell’assegnazione).  D’altra parte,  è stato fatto notare che non esiste il Nobel per la musica. Vero – e tra l’altro è proprio un peccato; però è anche vero che nessun compositore o musicista se ne è mai lamentato, che io ricordi. Il problema non è semplicemente qui,  nella mancanza della categoria giusta. O meglio: il problema non sta semplicemente nell’etichetta che apporto ad un prodotto,  se lo chiamo “musica” o “poesia” o “letteratura”. C’è infatti un’altra questione più delicata, che fino ad adesso non abbiamo ancora affrontato: il rapporto tra le arti.

Da sempre le arti si sono incrociate, scontrate, fuse tra loro. I lirici greci e i trovatori, che oggi leggiamo e intendiamo come poeti, cantavano le loro opere e le accompagnavano alla musica; la fotografia è stata qualcosa di molto simile a uno schiaffo in pieno viso nei confronti dell’arte figurativa, che si è vista defraudata del suo ruolo di arte rappresentatrice del mondo; così il cinema con il teatro. Sintetizzando all’inverosimile (ma necessariamente) si può dire che dal romanticismo in poi si è verificata una tendenza alla fusione e alla commistione tra le arti (per esempio l’arte totale di Wagner); tendenza che si è rinnovata con ogni movimento avanguardistico, e che oggi trova di nuovo un richiamo nella cosiddetta arte performativa. La canzone e il cantautorato quindi trovano un loro posto in questo schema stilizzato come un esempio di arte performativa, anche se di tipo popolare, e, anzi, di consumo. A complicare lo schema è proprio quest’ultimo elemento,  in quanto annulla la qualità intrinseca, oggettiva di un’opera, relativizzandola: il tale romanzo non è importante perché bello, ma è importante perché letto. Le classifiche dei libri di maggior successo fanno immediatamente emergere i limiti di questo approccio. Ma questa è un’altra storia. 

bob-dylan-copertinaLa canzone è dunque un genere ibrido, e come tale problematico, perché rifugge le classificazioni: non è un testo letterario, eppure i versi di De André sono in metrica; è musica, ma non dello stesso genere di un Arvo Part  o di un Toru Takemitsu, e nemmeno di Einaudi o Morricone.  Eppure  chiamiamo sempre “musica”, le opere di questi autori, anche quando l’elemento musicale passa addirittura in secondo piano rispetto al testo (pensiamo a Paolo Conte, o alle canzoni di Jannacci o Gaber – il quale è impossibile da classificare sotto ogni punto di vista); la canzone, dunque, è un monstrum  sé stante del tutto particolare, un po’ intrattenimento e un po’ d’arte, un po’ popolare e un po’ colta. La canzone ha, per sua natura, un’identità di frontiera. Un’identità di frontiera che però dovrebbe rimanere tale e non diventare facile sostituto di altre arti.

Come dicevamo,  non è una semplice questione di categoria. È un problema più ampio di ridefinizione delle arti all’interno di un panorama culturale condiviso. Non tutto può essere la stessa cosa, infatti. Non si può arrivare ad un livello di entropia tale da annullare le specificità delle arti, fonderle in un, unico blocco,  un blob indistinto che non è né carne né pesce,  che usa i linguaggi senza una ragione specifica.  Il rischio è molto meno peregrino di quanto non di pensi.  

cupigljw8aajxwn-755x515Una delle ragioni del declino della poesia, per esempio, è il fatto che ad un certo punto sono saltati i criteri per cui si doveva costruire un verso. Perché si deve andare a capo così spesso? Perché le figure retoriche? Perché posso dipingere una cosa se posso fotografarla? E questo testo, lo rappresentiamo a teatro o al cinema? Se ogni arte esiste, e ha continuato ad esistere fino ad oggi, è per il fatto che ha delle ragioni strutturali, delle specificità che la rendono diversa dalle altre. E la diversità non è affatto un male. È quello che ha permesso alla pittura di, verso la metà dell’Ottocento, di incominciare a interessarsi a quello che avveniva dentro alle persone, ai sentimenti, all’invisibile. Per la rappresentazione della realtà , c’era il dagherrotipo. Ma poi anche la fotografia ha trovato una sua strada nell’espressione delle cose e non nella loro semplice raffigurazione, e ha influenzato addirittura la poesia, così come il cinema ha influenzato la letteratura. Ma ognuna con le sue proprie forze, nel suo proprio campo. È per questo che, forse, che la canzone non ha bisogno di Nobel: è già arte, senza bisogno di travestirsi da poesia, da letteratura. È un’arte con le sue regole e i suoi timbri. Per certi versi assomiglia alla poesia: ha una struttura metrica,  a volte molto più marcata che in tanta poesia. Eppure non è la stessa cosa di una poesia di Garcìa Lorca: il gioco qui è scrivere in modo che la poesia sia musicale senza musica; in  Garcìa Lorca,  la musica,  è tutta da immaginare.  E lì troviamo dei canti popolari stupendi, dei flamenco struggenti, come e più che se li sentissimo davvero. E il senso delle due arti è molto diverso; l‘emozione a cui mirano non è (sempre) la stessa. Anche se liasons e contatti ci sono stati; anche se i trovatori mettevano in musica le proprie poesie.

bob_dylan_june_23_1978L’arte,  poi,  ha certamente una sua sostanziale unità (ed è per questo anche che il nostro blog non si limita alla sola letteratura), una tensione verso l’espressione del volto del mondo, del volto che ci si mostra davanti tutti i giorni e del mondo come noi lo avremmo immaginato. Certamente. Ma ogni arte ha il suo sentiero, e, come sanno i camminatori  di montagna, ogni sentiero ha le sue scoperte. 

E qui arriviamo al vero punto del discorso: arti di serie A e di serie B.  A me pare che la canzone, ormai, sia un’arte di serie A. Per la popolarità, per l’importanza culturale che ha avuto dal Novecento ad oggi. Ha plasmato un sentire collettivo molto più di qualsiasi poeta o scrittore. C’era bisogno di un Nobel per decretarne il successo? Un Nobel che peraltro giunge in ritardo,  e sa più di premio alla carriera?

È stato un forte cambio di passo rispetto alle scorse nomine. La speranza,  gli anni passati,  era che si capisse che anche oggi ci sono autori validi,  se si va a cercare.  Che, insomma, la letteratura è sempre viva, anche se vive nascostamente. La canzone,  invece,  non abbisogna di un supplemento di attenzione. Non in termini di visibilità: abbisogna di studi seri,  abbisogna di uno sguardo storico e critico,  e questo è un altro discorso. La canzone,  dunque,  non credo che abbia bisogno del Nobel. Anzi, semmai è il Nobel che, per una volta, ha avuto bisogno della canzone, con la quale ha provato a farsi un abito nuovo, per continuare a rimanere in società.

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Gabriele Stilli

Gabriele Stilli

24 anni, abita a Pantigliate, paesino minuscolo sperdutissimo tra campi palazzi e papaveri nel sud est milanese: maturità classica, poi laurea in Lettere a Pavia. In tenera età venne stregato da quelle cose che si scrivono andando a capo spesso, e da allora scribacchia poesie. Da molti anni si è rassegnato ad ascrivere la letteratura tra le discipline umanistiche e non al rigoroso ambito delle scienze. Nutre ancora qualche dubbio, però.