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Fino alla fine non ho camminato

Haruki murakami

Haruki Murakami

Provo un’avversione istintiva per le foto degli autori sui libri, di qualunque genere esse siano: piccole e a mezzo busto sull’aletta posteriore, sorridenti, serie e compassate, enormi gigantografie sulla quarta di copertina… insomma, preferirei avere la possibilità di immaginare io stessa l’autore o, ancora meglio, di lasciare i suoi connotati avvolti da un’aura di inavvicinabilità, senza doverli cristallizzare in un volto preciso.

Questa repulsione si è ripresentata nel momento in cui ho preso in mano L’arte di correre di Murakami, che nell’edizione Einaudi SuperET contiene addirittura quattro pagine di inserto in carta patinata piene di foto dell’autore, che corre, pedala e riflette. Così il suo volto non ha avuto più segreti per me, e ho dovuto leggere il libro senza poter lasciar volare l’immaginazione tanto lontano. Insomma, la partenza non era delle migliori. Però poi, strada facendo, si è rivelata essere un’ottima lettura.

Murakami, oltre ad essere un celeberrimo scrittore, autore di bestseller come Norwegian Wood, è anche un maratoneta, come ci racconta ne L’arte di correre, un’opera che «non ha lo spessore tale da meritare la qualifica di biografia» ma nemmeno «si può definire un saggio[1]». Classificazione a parte, è un libro illuminante, perché scardina le evidenze lapalissiane che i non sportivi (me in primis) hanno in mente quando pensano allo sport. Ad esempio chi non pratica attività fisica ad alto livello tende solitamente a pensare che sia un’occupazione complessivamente appagante, perché i risultati sono piuttosto concreti – basti pensare al miglioramento della forma fisica – ma non è affatto così. Ci sono anche le volte in cui sarebbe più facile lasciar perdere, perché le delusioni sono cocenti. Eppure si continua.

Correre ogni giorno per me è una fonte di vita. Di motivi per continuare ne ho pochissimi, ma di ragioni per non smettere ne ho tante da riempire un camion da rimorchio.

E si raggiunge il traguardo, che non sempre è sinonimo di realizzazione.

Il traguardo. Finalmente lo raggiungo. Non provo alcuna soddisfazione. L’unica cosa che occupa la mia mente è un senso di sollievo, il pensiero che è finita, che posso smettere di correre.

Nella narrazione della perseveranza con cui si allena, Murakami spiega che la medesima costanza è da applicare anche alla scrittura, perché solo sedendosi ogni giorno e sforzandosi di scrivere per un determinato lasso di tempo il talento può dare i suoi frutti. Ecco allora che crolla il mito dell’artista geniale la cui penna scivola sul foglio mossa da un’ispirazione travolgente e quasi sovrannaturale. Ed è incredibile scoprire che il meccanismo della creazione è fatto di sforzi e tabelle di marcia persino per chi vince il World Fantasy Award[2].

Murakami racconta la sua passione con grande consapevolezza, senza esitare a porre l’accento sulle fatiche e frustrazioni che essa implica. È un’autovalutazione critica di se stesso che prende spunto dall’ambito sportivo ma si estende poi alla sua persona a tutto tondo. Non è né presuntuoso né umile, ma analiticamente realista riguardo ai suoi limiti e capacità.

A tratti la narrazione risulta ripetitiva, perché si riprendono concetti già precedentemente affrontati, ma ciò è compensato da episodi narrati con tanto trasporto da rendere il lettore partecipe della sofferenza e della soddisfazione dell’autore. Così riusciamo a sentirci in totale empatia con lui, a comprendere esattamente ciò che sta provando, come se fossimo noi a correre su quell’asfalto e a dover portare ai suoi limiti più estremi la nostra forza di volontà, costringendoci a non fermarci fino al traguardo. Probabilmente questo accade perché ciò che Murakami narra relativamente all’esercizio della corsa è qualcosa che ciascuno di noi sperimenta in ambiti diversi della propria vita; se nel libro si parla della costanza che ci vuole per imporsi di indossare le scarpe e uscire a correre a prescindere dalla temperatura, ad esempio, ciascun lettore penserà alle volte in cui si costringe, seppur a malavoglia, ad andare al lavoro, a scuola o a fare qualcosa di poco appagante, riuscendo a immedesimarsi appieno nella situazione.

Haruki Murakami quando corre

Dietro ai vari episodi narrati si nascondono riflessioni ben più profonde, spesso implicite, altre volte manifeste, sulla condizione umana in generale.

Vado in un bar e bevo birra ghiacciata finché non ne sono sazio. Naturalmente è buona. Ma non tanto come me la immaginavo mentre correvo. Non esiste a questo mondo qualcosa che sia all’altezza dell’immagine illusoria che ce n’eravamo fatti quando avevamo perso la lucidità.

Questa è una di quelle letture che sprona a migliorarsi, in particolare ritagliandosi del tempo per sé nonostante la frenesia e perseverando nei propri obiettivi. Consigli piuttosto banali, si potrebbe pensare, che accettiamo però di buon grado perché non ci sono imposti o suggeriti come verità assolute, ma raccontati nella personale esperienza di un uomo che si rivela con autenticità.

Così la storia di Murakami ci resta impressa, e probabilmente il suo mantra «Se non altro, fino alla fine non ho camminato», ci accompagnerà per qualche tempo.

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Vittoria Pauri

Vittoria Pauri

Mi chiamo Vittoria e ho diciotto anni. Se questo fosse un questionario di Proust, alla domanda "qual è il tuo motto?" non avrei esitazione a citare la frase di Gandhi che, tradotta piuttosto liberamente, recita così: il miglior modo per trovare se stessi é perdersi nel servizio degli altri. Mi riassume perfettamente. Le due cose di cui non posso fare a meno sono la curiosità di capire ciò che mi capita intorno e un quadernetto, da cui non mi separo mai, su cui scrivo tutto quello che mi passa per la testa e su cui colleziono frammenti di libri, poesie e conversazioni.
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